JoJo Rabbit, un film che procede tra il surreale e il rischio del didascalico

OGNI REGISTA ha un proprio punto di riferimento: nel caso di Taika Waititi e del suo JoJo Rabbit sono evidenti i punti di contatto con un film intelligente, fantasioso e non del tutto compreso come Moonrise Kingdom di Wes Andersonhttp://guidoschittone.com/articoli/scomposizioni-parallele/-più che con altre opere in cui attraverso l’ottica dei bimbi e degli adolescenti vengono spiegate le brutture dei totalitarismi e del nazismo in particolare. Di quel film del 2012 si respira un’atmosfera simile, sebbene il contesto sia differente, così come sono chiari gli omaggi che il regista di origine maori tributa al geniale autore texano di Houston. Lo si nota dall’ambientazione scenica, dal modo di ripresa, da alcuni colpi di genio che caratterizzano JoJo Rabbit, la cui sceneggiatura- tratta dal romanzo di Christine Leunens, Caging Skies– è stata premiata con l’Oscar 2020. Eppure, a fronte dell’oggettivo successo al box office, non tutto in JoJo Rabbit funziona. La sceneggiatura stessa, per esempio, spesso appare appesantita da inutili orpelli a detrimento della tensione allegorica e ironica su cui si basa. Ne risulta un film godibilissimo, divertente, commovente-anche lo spettatore medio ha piagnucolato come un moccioso-ma non indimenticabile. Grazioso e ruffiano al punto giusto per coinvolgere il maggior numero di persone ma privo di quel tocco magico che caratterizza il modello di riferimento.

JoJo Rabbit infatti procede a strappi. È un saliscendi continuo tra dirompenti intuizioni-incipit e chiusura sono chicche imperdibili-e narrazioni più scontate che fortunatamente Waititi è in grado di rinvigorire quando si accorge di rischiare la banalità o il già visto e rivisto. Ed è proprio in quei momenti che lasciando perdere i pruriti di adeguarsi a una La Vita è Bella in versione madre-figlio e virando invece verso l’assurdo e il surreale che il film riprende forza e interesse. Perchè anche qui come nel caso dell’opera di Benigni o di altre come Il Bambino con il pigiama a righe o Train de Vie– a mio parere il migliore tra i tre- la superficie indica nella sopravvivenza al nazismo e alla shoah il leit motiv. Ma è un inganno: la storia di JoJo è il percorso esistenziale di un bambino, preso a simbolo di un’intera generazione, capace di affrancarsi a poco a poco dai modelli imposti dal totalitarismo. È un cammino lungo, faticoso, che passa dall’avere in Hitler il migliore amico immaginario al confronto progressivo con una realtà sempre più cruda e nitida. Per certi versi JoJo Rabbit si trasforma in un vero e proprio film di formazione con annessi tutti gli stereotipi di questa: l’incontro con chi viene additato come un pericoloso diverso, l’approfondimento della relazione con la madre, i primi pruriti sentimentali, la guerra vista per quella che è e non più come un gioco a cui aspirare, la morte intesa come perdita e non come ipotesi. Gli eroi come ci suggerisce il finale a passo di danza-questo sì splendido e imperdibile con le note di Heroes di David Bowie– sono coloro che riescono a sopravvivere alla follia dei modelli imposti. Solo così ci si può trasformare in individui liberi.

JoJo Rabbit è soprattutto una bella palestra attoriale. Roman Griffin Davis, ovvero JoJo, è il perfetto interprete di questo universo surreale in cui l’unico apparente punto di riferimento gli sembra inizialmente la gioventù hitleriana. Thomasin McKenzie-già nel pregevole Senza Lasciare Traccia di Debra Granik-è la rifugiata ebrea costretta anch’essa a crearsi un universo parallelo. Ma sono Scarlett Johansson e Sam Rockwell a confermarsi un’altra volta ancora ai massimi livelli con la prima che sembra la fatina delle favole, capace pure di accennare passi di tip tap, e il secondo che crea un’indimenticabile e credibile allegoria di un ufficiale nazista dalla mente folle e fantasiosa e dal cuore tenero. Lo stesso Waititi si diverte a caricaturare Hitler, apparendo a fianco di JoJo ogni qual volta il bimbo cerca di cancellare la realtà che lo circonda. Certo Wes Anderson è altra cosa.In Moonrise Kingdom il romanzo di formazione non riguardava solo un gruppo di scout ma coinvolgeva il mondo degli adulti con riflessioni complesse trattate con le sue proverbiali iperboli visive. Con Waititi l’universo è limitato, più portato al gioco fine a se stesso. È cinema che cerca fin troppo il consenso del pubblico. Ci riesce ma lasciare traccia è altra cosa.

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