Quel ponte costruito da uomini e non solo da spie

giovedì, Gennaio 7, 2016 0 No tags Permalink 6

C’È UN CURIOSO fil rouge che lega IL PONTE DELLE SPIE di Steven Spielberg con FRANCOFONIA di Aleksandr Sokurov: è quell’autoritratto dell’incipit iniziale che un uomo sta dipingendo nella solitudine di una stamberga di Brooklyn. Poco importa che quell’individuo sia una spia fatta e cresciuta. Ciò che è fondamentale è che Spielberg ci indichi fin da subito che quella che ci andrà a raccontare sarà soprattutto una storia di uomini,del loro intimo, della loro relazione con la storia e le rispettive nazioni di appartenenza, dei loro valori ed esperienze, della loro etica e non soltanto un film di spionaggio. Come nel grande autore russo, quindi, il ritratto assume una valenza particolare: è ciò che può frantumare il gioco della finzione; è ciò che andrà a penetrarsi nell’intimo dei vari protagonisti di un racconto dove ciò che appare in realtà è ben altro da ciò che è. E, a ben rifletterci, c’è anche un’altra considerazione che mi spinge a legare questi due film formalmente all’opposto: il legame che ogni persona ha con il proprio tempo. Sokurov lo enuncia attraverso il fantasmagorico andirivieni tra realtà, immaginazione, epoche differenti contestualizzandolo tra l’oggi di una nave in procinto di naufragare e un passato scandito dai fantasmi del Louvre; Spielberg, regista diverso ma non meno sensibile, caracollando tra Usa e Germania Est negli anni della guerra fredda per mettere in piedi un filmone di quelli che riescono a mettere d’accordo incassi, critica, pubblico e produttori. Un film per tutti e non per pochi, molto statunitense, che ci riporta alle atmosfere che a noi bambini dell’epoca sembravano anacronistiche e quasi incomprensibili: la paura di un conflitto nucleare, i rapporti tra Usa e Urss, la nascita del Muro di Berlino, diventati nel corso degli anni materia prediletta per narratori,sia dello scritto sia delle immagini e fonte inesauribile anche di divertimento per chi si è accostato, da lettore o spettatore, al genere. E credo che alla buona riuscita del IL PONTE DELLE SPIE abbia contribuito l’apporto in fase di sceneggiatura dei Fratelli Cohen che assieme a Matt Charman sono riusciti a inserire improvvisi colpi della loro beffarda, ironica, spiritosa visione del mondo per alleggerire situazioni e per migliorare lo spettacolo. Perché, finalmente, non si tratta di un film dove da una parte ci sono soltanto i buoni e dall’altra i cattivi, dove non c’è ragione o torto, dove soprattutto non si crolla nella tentazione di comporre un’elegia della nazione. Piuttosto, ed è qui che sta la forza dell’opera di Spielberg,si punta più sull’uomo inteso come centro di gravità capace, inconsapevolmente, di costruire la storia.

NON È FORSEquesto il ruolo interpretato da Tom Hanks, giovane e promettente avvocato di un grande studio che si trova all’improvviso catapultato nel mondo segreto, inafferabile, dello spionaggio? Ci entra quasi non volendo ma non è Forrest Gump. Al contrario sa che colpevole o innocente non sono le parole adatte per cercare di salvare dalla sedia elettrica una presunta spia sovietica; che la salvezza, legale, deve provenire dal rispetto delle regole, da quei principi fondamentali che gli Usa hanno posto come base del processo e della propria etica statale. La sua è una lotta impari, sulla quale grava come un incudine l’interesse che però va oltre l’etica stessa, quello della nazione che si trova in condizioni di emergenza. Da qui parte la storia-reale- di un caso che fece epoca e che coinvolse i servizi segreti americani, russi e della Germania dell’Est. Perché da quel << piccolo >> passo l’avvocato James Donovan non solo difese la spia Rudolf Abel ma si trovò attore protagonista di una complessa negoziazione di cui fu la mente e il motore sempre affidandosi ai propri principi e alla forza delle proprie intuizioni. C’è il senso, dunque, del ruolo centrale dell’uomo nei grandi fatti della storia e non sbaglia chi accosta la tematica spielberghiana a quella di un altro regista che predilige l’individuo rispetto a tutto il resto, Clint Eastwood. Come in Lettere da Iwo Jima anche nel Il Ponte delle Spie il senso del rispetto reciproco, pur nella separazione degli schieramenti, è il minimo comune denominatore che lega i personaggi di Donovan e Abel. Poi viene tutto il resto: lo spettacolo del cinema classico che usa gli stereotipi del passato per farci capire i corsi e i ricorsi della storia, che giostra i propri attori, non uno fuori fase, e i loro volti in una vicenda intrisa di colpi di scena, che ambienta con dovizia di particolari gli spazi fisici e che sa anche strizzare gli occhi degli spettatori in modo un po’ruffiano- le scene del muro di Berlino e quelle finali dei muri statunitensi dove giocano i bimbi sono un poco telefonate e per bocche buone- come si addice a un regista che a volte cade in questo tipo di retorica ma che qui è talmente grande da riuscire alla fine a farsi perdonare. In pochi al cinema sanno raccontare storie per immagini come Spielberg :partito da una base prettamente coesa alle coordinate di Roger Corman ha a poco a poco abbracciato uno stile classicheggiante che trova il giusto equilibrio, riuscendo nella non semplice impresa di realizzare un film dalla struttura in apparenza tradizionale ma molto moderno. Ne IL PONTE DELLE SPIE l’impostazione classica è uno strumento cercato e voluto. Non ci sono eroi ma persone che non vogliono abiurare alla propria morale e che alla fine vincono grazie a questa e alle loro intelligenza e sagacia. Un monito che riguarda, appunto, il nostro presente. La salvezza dell’oggi dipende dalle lezioni del passato. All’uomo, inteso come singolo, la scelta di quale strada percorrere.

IL PONTE DELLE SPIE a dispetto della durata, due ore e venti minuti, non annoia nemmeno un millesimo di secondo. Fila liscio tra un colpo di scena e l’altro con un cast impeccabile. Sulla perfezione di Tom Hanks c’è davvero ben poco da aggiungere:senza mai l’ansia di volersi prendere la scena è il fulcro di ogni frame. La prende naturalmente, sapendo misurarsi, riuscendo sempre a mantenersi sul filo dell’equilibrio. Mai troppo drammatico nelle fasi dure del film, mai ridicolo in quelle dove la situazione è talmente assurda da poter far cadere in tentazione qualsiasi primo attore. Nonostante questo non è tra i candidati al Golden Globe di questa stagione. C’è invece, come miglior attore non protagonista, l’altrettanto misurato Mark Rylance che interpreta il personaggio di Abel. Gli attori, si sa, nei film di Spielberg fanno parte di un contesto ed ad ognuno vengono assegnati compiti. Devono esibirsi nella coralità. Non c’è possibilità di gigioneggiare come in molti fanno. Ma di entrare nel proprio personaggio e di spiegarlo al pubblico mostrandolo. Rylance che ha solide basi teatrali lo fa alla perfezione e la sua prova rafforza ancora di più un film che non è un capolavoro ma che per l’ennesima volta dimostra come il cinema di Spielberg sia in grado di coniugare qualità, spettacolo, profondità di discorso senza mai stancare. Adatto a tutti coloro i quali amano ascoltare storie ed esserne trasportati.

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