Il mondo a misura di Kaurismaeki

domenica, Novembre 27, 2011 0 No tags Permalink 0

le-havre.jpeg<<LE HAVRE>>, nell’inutile titolazione italiana <<Miracolo a Le Havre>>, è stato uno dei migliori film dell’ultima edizione del festival di Cannes. Se non ci fossero stati il sorprendente <<The tree of life>> e il suo regista Terrence Malick, sarebbe stato un degno vincitore della Palma d’Oro. Avrebbe meritato il riconoscimento per la cura deliziosa che Aki Kaurismaeki ha posto in ogni particolare, per una sceneggiatura che dal favolistico sfocia nello scoppiettante e nel commovente, per l’uso sapiente dei colori, dell’ambientazione e per la tradizionale scelta perfetta di tutto il cast, nel quale in un ruolo di contorno trova posto l’icona della nouvelle vague Jean Pierre Leaud. C’è in questa opera morale dell’autore finlandese una sorta di consuntivo di tutta la sua cinematografia precedente con un cambio non tanto di passo quanto di visione che Kaurismaeki applica. Questa volta l’osservazione surreale del  piccolo esercito di diseredati e pezzenti che compongono le sue storie, sfocia in una visione del mondo ancora più ficcante, precisa, dolcissima e allo stesso tempo amara di quanto sia accaduto ne <<L’uomo senza passato>> o << Le luci della sera>>, le ultime due opere prodotte negli anni passati.

E’INUTILE parlare della trama di <<Miracolo a Le Havre>> : è una favola splendida e dolce dove un lustrascarpe, forse un artista fallito, aiuta un giovane clandestino gabonese a celarsi alla polizia e grazie all’aiuto di tutto il piccolo nucleo del sobborgo portuale nel quale vive lo farà fuggire finalmente verso la meta finale, Londra, dove risiede la madre. In questo sottile scheletro di soggetto s’innesta l’improvvisa malattia della moglie del lustrascarpe Marcel Marx, Arietty, che alla fine, per un miracolo vero e proprio, si salverà. Non c’è in questo film un casella fuori posto. Tutto è perfetto e lo spettatore lo sa. Perché Kaurismaeki non inganna chi osserva: il suo disegno è chiarissimo fin dall’inizio e se si segue trepidanti le mosse della sua umanità <<terza>> al mondo ma facente parte di esso è grazie alla capacità dell’autore di condurci per mano con battute sapienti, colpi di scena. Sorrisi e lacrime sono assicurati e dalla sala si esce soddisfatti, con la voglia di applaudire perché chiunque fa il tifo per i Kaurismaeki Boys . E’una favola, si sussurra, è irreale ciò che vediamo sullo schermo, certe cose possono avvenire solo nei film. Ed è questo il segnale che il regista invia: la domanda, ben poco ilare, che ognuno poco dopo si pone: perché non è così il mondo, perché non sono così gli uomini? Allora si comprende meglio dove Kaurismaeki vuole parare attraverso il proprio cinema. Ci disegna un universo possibile attraverso la sua ideologia. <<Le Havre>> quindi si trasforma nel mondo ideale del regista stesso. Per arrivarci i suoi disperati con ottimismo, individui che attraverso il non possesso si sentono realizzati, superano diffidenze e antipatie: si uniscono per il bene di un terzo che si trasforma in un bene comune. L’aver aiutato il giovane clandestino causa il miracolo della guarigione della moglie di Marcel come atto conclusivo ma prima di esso la solidarietà coinvolge l’ispettore di polizia, riunifica  una coppia – fiorista lei, vecchio rocker lui- in crisi, sconfiggendo i delatori dicendo a chiare lettere che tutto ciò che vediamo potrebbe realizzarsi se l’uomo sfruttasse il bene piuttosto che il male che si porta dentro. E’chiaro che Kaurismaeki  non sia  pazzo e che conosca a perfezione uomo e società: ci parla dell’irrealizzabile nel suo film ma indica comunque una strada. Mescola il gusto amaro della cioccolata fondente con lo zucchero e smuove le coscienze, recuperando il concetto classico della favola intesa come apologo morale.

IL FILM è splendido, forse il migliore del regista finlandese. I colori pastello sono quelli dominanti. Pitturano il degrado suburbano, la miseria delle bettole, lo rendono luminoso come i suoi eroi mentre la città che si può mostrare, quella dei negozi, dei monumenti, è come se fosse avvolta da un sottile strato di grigio. E’ un’indicazione di dove si annida la vita vera. Ogni personaggio porta sulle spalle il peso dello stereotipo, una semplificazione per far comprendere subito la propria statura morale. Marcel Marx, guarda caso il nome di Marcel Carné e il cognome di Karl Marx, interpretato da André Wilms, è l’uomo senza passato apparente. Lustrascarpe di professione che porta i quindici euri di guadagno quotidiani alla moglie e li custodisce in una scatoletta da nascondere in un cassetto. E’ stato uno scrittore, forse, comunque un emarginato felice, quasi volontario. Della propria esistenza ha fatto un’arte, trovando l’amore assoluto in Arletty- altro rimando al cinema francese del passato-, Kati Outinen. L’ispettore di polizia, il buono dallo sguardo allucinato, è Jean Pierre Darrousin : parla come in un fumetto, incarna movenze, abbigliamento, sostanza degli eroi <<noir>>. Poliziotto sì ma contro il sistema, ribelle a favore della giustizia e contro la politica o ciò che vogliono i capi per fare carriera e dire che si è risolto un caso. E’un magnifico rivoluzionario alla Kaurismaeki che viaggia con una vetusta Renault. Assieme a loro un gruppo di caratteristi uno migliore dell’altro, con la chicca del rocker Little Bob – chiaramente fallito e in disarmo- interpretato da  Roberto Piazza, un volto che farebbe la felicità di David Lynch. Anche i mezzi meccanici fanno la loro parte in <<Le Havre>>: tutti degli Anni’70, dalla Peugeot 505 del tassista, a un anziano pullman Savien rosso e metallizzato – con relativa magica inquadratura alla Edward Hopper- come se quell’epoca, per il regista, fosse quella alla quale tornare per potere ripartire o per ricordarci che da allora il mondo è cambiato ed ogni speranza è stata tradita. L’unica salvezza è affidarsi all’ideale, al mondo a misura di Kaurismaeki, alle sue favole morali, alla forza del cinema che travolgendo la realtà può modificarla a proprio piacimento.

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