Il cinema ipnotico di Paolo Franchi

martedì, Novembre 25, 2008 0 No tags Permalink 0

laspettatrice.jpgC’è un sottile, invisibile ma avvertito filo che mi lega alla cinematografia di Paolo Franchi. Quasi uno stato ipnotico nel quale vengo condotto e che mi fa penetrare nelle sue storie, nei suoi silenzi, nel gioco tra il detto e il non detto, nelle espressioni dei suoi personaggi spesso più influenti, significanti delle stesse parole. E’successo per << Nessuna qualità agli eroi >>, un ottimo film veneziano del 2007, mostrato nelle sale nella scorsa primavera e giudicato – ahinoi- molto ma molto male da alcuni recensori, fortunatamente non da altri. E’ logico che sia così:un film di Franchi non procura indifferenza, piuttosto crea poli, non esiste linea grigia, quasi un paradosso perché l’allievo di Olmi lavora soprattutto sulle zone d’ombra della psiche ed entrandoci le porta alla luce. Può piacere o essere odiato, tutto sta cosa s’intende per cinema. Ma il rischio del banale è scongiurato.<< La Spettatrice>> è il film del 2004 con il quale Franchi si è rivelato al pubblico. E’utile vederlo o rivederlo per via della cifra stilistica già ben formata, da autore autentico. Il regista lavora molto sulle ambientazioni degli interni, le stesse che poi ritroveremo nel successivo film interpretato dal quartetto Todeschini, Germano, Jacob e De Medeiros. La macchina da presa inserisce l’elemento umano in spazi fisici limitati soffocanti. Ci sono gli individui e gli oggetti, piccoli particolari iperealistici che disegnano il tumulto interiore e la rassegnazione dalla quale nessuno sembra sfuggire. O in esterni di brevissima durata, metropolitani eppure definiti, quasi staccati dalla massificazione della folla. Come i personaggi di Franchi. Al regista bergamasco basta un’immagine per dare l’idea dell’asfissia esistenziale dei protagonisti, delle loro depressioni, della loro, come spiega Andrea Renzi nel film, <<tristezza soggettiva>> contro la quale nessun farmaco può lottare. La spettatrice è Valeria, una interprete, ossessionata dall’idea di Massimo, il suo dirimpettaio (come in Hitchcock ne << La finestra sul cortile>>) ricercatore farmaceutico che un giorno se ne va da Torino, per raggiungere a Roma Flavia, docente di diritto penale, affascinante vedova più anziana e sua amante. Valeria inizierà a inseguirlo, cercando di dare forma al suo amore silenzioso , introducendosi come elemento di disturbo nel menage che già poggia su fragili basi tra la vedova matura e a suo modo soddisfatta della propria condizione e l’uomo che ne subisce il fascino ma che in definitiva resta sempre ai margini della vita della donna, quasi fosse un accessorio. Ognuno dei tre protagonisti combatte un fantasma: Flavia quasi come in una recita, ciclicamente cerca di scrivere un libro sul marito morto; Massimo sogna una relazione stabile e in Flavia vede l’icona di ciò che ancora non è riuscito a creare. Valeria resta a guardare ma determina gli eventi, ne scandisce il ritmo. Massimo è la sua ossessione segreta, l’amore perfetto perché vissuto solo mentalmente, la sua arma di difesa verso il mondo esterno, l’unico sentimento che vale la pena di essere vissuto interiormente ma mai espresso. E’un sentimento autistico, incapace di prendere forma, di essere rivelato. I tre personaggi di << La spettatrice>> non arrivano mai a mettersi in gioco: Massimo ricerca ciò di cui non ha esperienza e che non conosce; Flavia è a suo modo convinta del suo borghese tran tran: le sta bene l’amante alla bisogna, il lavoro, il marito morto posto come paravento per impedire un cambio di situazione. Valeria no: compie un viaggio assurdo e di estremo romanticismo ma al dunque scappa, imprigionata dal suo essere lucida <<guardona>> di ciò che la circonda e di sé stessa. Resteranno soli, forse per sempre, nelle uniche condizioni che conoscono e che per assurdo li rassicurano: la tristezza e la certezza dell’ossessione. Barbora Bobulova è una strepitosa Valeria: le basta uno sguardo, le bastano rumorosi silenzi per rendere gli spettatori coesi al suo dramma esistenziale. Andrea Renzi e Brigitte Catillon- non a caso attrice anche di Chabrol e Sautet- reggono il confronto in un film poco conosciuto ai più che dovrebbe essere visto parecchie volte, per capire che oggi il cinema italiano è spesso migliore di quanto i teorici del nazionalpopolare vogliano far credere.

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