Il chaos latino di Özpetek esalta l’orchestra de La Dea Fortuna

La capacità di Ferzan Özpetek, oltre all’indubbio gusto estetico, è il saper orchestrare i propri film come fossero una partitura musicale scritta con gli occhi. Ogni strumento deve accordarsi con gli altri, ogni musicista esaltare il proprio, tutto orchestrato attraverso i vari tempi dall’andante all’allegretto, all’allegro ma non troppo al solenne per poi ripartire mischiando sempre questa scansione. La Dea Fortuna, ultimo e fortunato film dell’autore, è in sostanza una summa di questa sua innata qualità, poi affinata nel corso delle stagioni, a tal punto da ceare difficoltà al recensore spettatore medio nel privilegiare come spesso accade il discorso sui difetti, che esistono, piuttosto che sui pregi. Ponendo gli uni e gli altri sul bilancino questo pende certamente a favore dei secondi, a tal punto che non ci stupiremmo se il film venisse giudicato come il miglior prodotto cinematografico italiano del 2019. Perché La Dea Fortuna esalta la recitazione dei suoi attori, sa appunto alternare e alterare gli stati emotivi di chi sta in sala e fa riflettere in modo quasi elementare, senza bisogno di ricorrere a chissà quale pressione delle meningi per carpirne il filo logico e il suo significato. Una dote non da poco, quella famosa profondità che non rinuncia a far rima con leggerezza propria di chi sa raccontare e di chi sa esprimersi in modo universale, così da essere in grado di raggiungere e intercettare gusti ed esigenze di platee diverse tra loro.

La poetica di Özpetek ha sempre posto al proprio centro la relazione che solo in modo superficiale può essere definita amorosa: nella realtà questo è il marchingegno per consentire la tematica dei contrasti, non solo sentimentali, che a poco a poco vengono portati alla luce del sole e successivamente fatti deflagrare. Ne La Dea Fortuna già dalle prime scene è evidente e visivo: l’incipit, che contiene parte dei titoli di testa, viene scandito da una macchina da presa che si aggira mostrando una decorazione dove morte e vita sembrano combattere e poi all’interno di un’architettura antica, forse un castello, una villa patrizia-scopriremo poi sito e luogo- buia, cupa, dove l’enorme e lunghissima biblioteca ha quasi un aspetto spettrale. Non contiene solo memoria, non è soltanto un contenitore di conoscenza. È un qualcosa di bloccato, senza esistenza e a nulla vale il viaggio compiuto dall’ottica della regia verso il chiarore di uno stanzino, perché poi questo ci porterà di fronte a una porta. Da dove si odono grida disperate di bimba e colpi assestati per cercare aiuto invocando una sorta di liberazione. L’immagine sfuma ed ecco che siamo proiettati in una terrazza romana immersi in un tripudio di colori, nella tradizionale umanità festante e variopinta di Ozpetek , con la macchina da presa che vola radente sui dolci, trasformati in macchie di colore. Da questi contrasti parte la storia di una crisi di coppia, quella formata da Alessandro e Arturo, esaltata dall’arrivo dell’amica malata e dei figli piccoli che fatalmente i due dovranno tenere con loro durante il ricovero della donna.

Il tema non è nuovo: l’inserimento del fatto accidentale, del caso, ovvero la fortuna nel senso latino, porterà a galla le scorie del tempo. I malesseri, le bugie, le tensioni nella coppia progrediranno con il contemporaneo acutizzarsi della malattia di lei, fino appunto a esplodere. A dispetto del travestimento da commedia della parte centrale del film, c’è sempre sullo sfondo il dualismo tra la vita e la morte, siano esse fisiche o morali. E a fronte di questo ci sono i bimbi, i loro occhi, la loro saggezza, la capacità di giungere sempre a cogliere la sostanza dei problemi e di offrire risposte crude, reali, concrete, di far aprire gli occhi a chi probabilmente li aveva tenuti socchiusi per troppo tempo. La Dea Fortuna sembra quasi un inseguimento da parte del proprio autore di un’innocenza perduta e che solo il trauma, la perdita, la discesa nel dolore possono permettere di recuperare. Il chaos latino quindi come evento tragico e salvifico, riequilibratore quasi necessario di ciò che si era disperso. Attraverso esso tornerà il senso responsabile dello stare assieme, non solo nella coppia ma nel mondo stesso.

Su parte di questa intelaiatura poggia La Dea Fortuna che a dispetto del ritmo pimpante, delle battute a raffica e della bellezza formale non è immune da qualche difetto: la parte conclusiva ci riporta in un territorio onirico che non è nuovo in Özpetek ma che qui appare slegato dal contesto, nonostante possa offrire una spiegazione-prevedibile-a ciò che veniva mostrato nell’incipit. La conclusione, fin troppo edulcorata per i miei gusti, sembra un sano atto di ruffianeria nei confronti degli spettatori ma nel complesso si tratta di peccatucci e di opinioni individuali che non inficiano uno dei migliori film italiani, se non il migliore, del 2019. È inutile soffermarsi sulla grazia e la perfezione di ciò che viene mostrato: anche questa volta il cavallo di razza Ferzan Özpetek e i suoi collaboratori sono capaci di regalare colori, arredamenti, riprese ed emozioni patrimonio di pochissimi al mondo. Per affinità di riprese e di concettualità certe scene rimandano ai miei amati Pedro Almodovar o Jonathan Demme-spettacolare quella del ballo corale sotto la pioggia- conditi da quel gusto mediorientale -la Nannini non c’entra nulla-proprio delle radici dell’autore. E un punto di forza è rappresentato dal cast con Edoardo Leo e Stefano Accorsi nella parte di mattatori e di colonne portanti del film. Il primo non è una rivelazione; piuttosto è Accorsi che passo dopo passo sta diventando un attore importante e qui offre probabilmente la sua migliore interpretazione di sempre. Poco da aggiungere su Jasmine Trinca, garanzia di qualità così come sui due ragazzini Sara Ciocca-destinata se non si stancherà a una carriera importante visto le numerose esperienze accumulate in così pochi anni- e Alessandro Brandi. Ma ne La Dea Fortuna è la coralità qualitativa ad imporsi, dal primo all’ultimo. Filippo Nigro, per esempio, è una presenza allucinata e priva di memoria, tragica e incosciente che sebbene a volte debba recitare (poche) battute forse abusate si nota sempre in scena e lo stesso vale per Pia Lanciotti, Cristina Bugatty, la severa Barbara Alberti, l’infermiera Barbara Chichiarelli-perfetta nella sua caratterizzazione- e Matteo Martari che col suo volto da bello e maledetto dà vita a un personaggio di contorno essenziale al fluire della storia.

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