E’iraniano il grande film

sabato, Ottobre 22, 2011 0 No tags Permalink 0

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COSA C’E’ di meglio di uno splendido film da assaporare nei primi week end autunnali? Se fosse sempre il caso di <<Una separazione>> potrei dire nulla. Perché nell’opera che ha vinto <<L’Orso d’Oro>> al festival di di Berlino c’è concentrata tutta la potenza del cinema, la sapienza della costruzione di una storia, la perizia di un regista-autore che conosce i tempi e li scandisce con maestria, mettendo da parte il birignao, le perdite di tempo, l’autocompiacimento, i toni o troppo farseschi o troppo drammatici. Asghar Farhadi sa come scrivere un film e sa come dirigerlo. Il fatto che sia iraniano non deve spaventare chi entra in sala. Non si è presenza di un’opera regionalistica a livello culturale e comunicativo. Lo spettatore deve solo sapere che <<Una separazione>> è un gioiello. E’iraniano in quanto è ambientato a Teheran e si avvale di attori iraniani. E’iraniano perché prende di mira vizi e virtù del regime teocratico ma allo stesso tempo gli usi e i costumi degli iraniani stessi, lontanissimi dagli stereotipi sui quali si basa l’immagine distorta che proviene dai media occidentali, vicinissimi nelle problematiche, nelle contraddizioni a quello che in definitiva è l’uomo inteso come genere. C’è in <<Una separazione>> un meccanismo narrativo ad incastro che non solo è oliato alla perfezione ma non ha cedimento alcuno. Così da una piccola vicenda del tutto privata, all’apparenza anonima, Farhadi riesce a disegnare un affresco di varia umanità da restare nella memoria.

<<UNA SEPARAZIONE>> possiede l’ironia di Moliere, l’assurdo di Beckett, gli equivoci di Feydeau, il pathos di Durematt, la sagacia di Shakespeare. Sarebbe una splendida piéce teatrale contemporanea, reggerebbe anche senza esterni sul palcoscenico. Ma qui siamo al cinema, calati nei mille volti di Teheran, di fronte a un giudice che ci guarda in soggettiva e ascolta due che stanno per separarsi. Borghesi: insegnante lei che vuole andare all’estero, bancario lui che non le consente di portarsi appresso la figlia. Poi tornano a casa, mentre due facchini trasportano un pianoforte sulle scale e chiedono una paga straordinaria perché il secondo piano in realtà è un terzo. Nessuno aveva detto loro che c’erano scale anche nel piano terra. Nella casa della coppia troviamo la figlia undicenne che osserva in silenzio madre e padre, una nuova domestica e l’anziano genitore di lui con l’Alzheimer. La moglie se ne va:invece che all’aeroporto si trasferisce da sua madre, la domestica viene assunta anche per accudire il padre malato e soprattutto lavarlo e quindi vederlo nudo, previo consenso dei guardiani della rivoluzione komeinista al telefono. E’un crescendo di ironia iniziale che a poco a poco sfocia nella più classica delle situazioni kafkiane: la domestica che è incinta, viene sbattuta dal provvisoriamente separato fuori dalla porta con troppa foga. Cade dalle scale e perderà il bimbo che ha in grembo. Da qui scatta la seconda fase di <<Una separazione>>: la lunga querelle legale su come riparare a quel danno, all’omicidio del feto. Tra gli equivoci, i sensi di colpa, la fede in un dio che è solo di facciata e forse di obbligo, si sfiorerà il dramma e soprattutto ognuno dei protagonisti del film rivelerà le proprie bassezze con una serie di bugie, di mezze ammissioni, di finte verità in un gran guignol delle coscienze che ci condurrà in un finale enigmatico, fortissimo, da applausi a scena aperta.

NON E’UN MONDO di eroi quello che Farhadi ci propone. Non è nemmeno un mondo di deboli. E’un mondo di umani che cercano di vivere puntando dritto al proprio tornaconto individuale pur essendo lacerati essi stessi dal dubbio e, appunto, dal senso di colpa. Sono otto i protagonisti della vicenda. Due coppie, due figlie, una suocera, un’insegnante, un padre malato, smemorato, silenzioso che guarda nel vuoto con un’ottica ben differente da quella delle due bimbe, una ragazzina, l’altra più piccola, che seguendo il comportamento dei <<grandi>> celeranno ciò che realmente è accaduto. E’ una perdita dell’innocenza globale quella che ci propone <<Una separazione>>, un film amarissimo nella propria essenza ma del tutto divertente per la ragione e per la pelle. Nessuno vince, nessuno perde. Farhadi  ci parla dell’ Iran e ritroviamo noi stessi. Sorridendo sotto i baffi prende di mira l’assurdo di una nazione riuscendo a mostrare cosa è l’individuo alle prese con l’imprevisto spicciolo che si trasforma in dramma. Bugia e finzione trionfano in <<Una separazione>>. Alla fine l’unica realtà concreta sarà un pianto per nulla liberatorio e gli sguardi attoniti nella stessa aula di tribunale dalla quale il film viveva il proprio incipit. Mai pesante, sempre profondo, ci spiega più <<Una separazione>> in due ore e tre minuti dell’Iran di quanto facciano i media internazionali, tagliando a fette qualsiasi ideale, creando una tragedia di ridicoli umani dove la percezione della realtà si trasforma in un punto interrogativo, dove la faciloneria impera così come gli stati di necessità. Diciamolo a caratteri cubitali: un grande, grandissimo film.

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