Da Tesnota a La Ragazza d’Autunno il mondo ribelle e colorato di un grande talento:Kantemir Balagov

È Kantemir Balagov, classe 1991, l’autore più interessante tra i giovani registi europei? Credo di sì ed è per questo che consiglio a chi non abbia avuto la fortuna o la curiosità di vederle le due opere con cui l’allievo di Aleksandr Sokurov si è presentato sul mercato cinematografico vincendo sia con la prima, Tesnota– o Closeness per la versione internazionale- sia con la seconda, Dylda– da noi assurdamente titolata La Ragazza d’Autunno– il premio della critica al Certain Regard di Cannes 2017 e 2019, oltre a quello per l’interpretazione femminile al Torino Film Festival del 2019 per la seconda che ha rappresentato la Russia agli Oscar per il miglior film straniero dell’anno passato. Entrambe sono presenti nel catalogo di Amazon Prime e sarebbe davvero un delitto perderle, tanto sono distanti dalla sciatteria, approssimazione e moda da videoclippari di molte delle nuove leve cinematografiche. Con Balagov siamo realmente nel territorio della settima arte, segno che i seminari di Sokurov a cui l’autore caucasico ha preso parte sono serviti per lanciare un talento già fatto e finito, formato.

Tesnota è stato il suo primo film. Già in questo si può notare uno stile preciso, dove l’uso del colore è basilare per spiegare personaggi, ambienti e storia. La tinta predominante è il blu carico molto simile all’International Klein Blue che caratterizza un vero e proprio romanzo per immagini a tal punto da ricordare il tipo di scrittura e di tematiche proprie dei fratelli Singer, più Israel che Isaac. Siamo nel 1998, ultimo anno della tregua relativa alla guerra cecena e a pochi mesi dall’inizio della seconda campagna russa per impedirne l’indipendenza. Balagov, prendendo spunto da un racconto tramandatogli dal padre, ambienta la scena nella enclave caucasica del Cabardino-Balcania, a Nalc’cik. Un territorio a maggioranza musulmana dove la piccola comunità ebraica è nella migliore delle ipotesi sopportata, ignorata dalla polizia corrotta, vessata dai sequestri di persona da parte delle altre entnie. Siamo quindi in un luogo dove l’emarginazione sociale è assoluta. Sono esclusi dal grande sogno russo sia la popolazione islamica sia quella ebraica, con entrambe che vivono seguendo i loro usi e costumi, con l’impossibilità preconcetta di formare un unico e compatto nucleo. All’interno di questo schema, Balagov inserisce il personaggio di Ila, la straordinaria Darya Zhovnar, ragazza ventiquattrenne che aiuta il padre meccanico nella misera officina di famiglia, che sogna di sposarsi con un benzinaio musulmano e che soprattutto cerca di crearsi una vita propria al di fuori dei rigidi dettami imposti dalla società ebraica. È una ribelle in cerca di sé stessa che però è centrale nella gestione della famiglia e soprattutto del fratello. Non ripudia l’ebraismo, semmai anela alla propria indipendenza. Nel momento in cui il fratello e la futura nuora verranno rapiti deflagheranno anche le relazioni interpersonali. Balagov segue la sua eroina nel percorso di crescita individuale creando contrasti, usando gli ambienti, soprattutto gli interni e appunto il colore, per determinare il senso di oppressione quasi claustrofobico che incombe sulla ragazza e sulla sua famiglia con una madre incapace di esprimere i propri sentimenti, un padre che è l’unico con il quale Ila riesce a confrontarsi, un fratello che è legato a Ila quasi da un rapporto morboso. Il sequestro farà esplodere anche le contraddizioni all’interno della comunità ebraica, divisa tra l’indifferenza e un aiuto da offrire alla famiglia di Ila ma solo per secondi fini. Fuori esiste però l’altra comunità, la maggioranza cabarda-balcara, con i giovani che assistono pietrificati ai filmati delle violenze di una guerra che si è da poco conclusa e che tra breve riprenderà.

Sospesa in questo mondo che in realtà è doppio, Ila ci condurrà in una storia fatalmente antica, quella dell’ebreo errante come se qualsiasi vano tentativo di trovare pace della ragazza sia quello di un intero popolo. Già in Tesnota, Balagov dimostra di essere capace di finali di una crudezza e profondità importanti. Secchi, durissimi, autentici, in cui non servono scene madri o parole di troppo. Il tutto rafforzato da quell’ambientazione di cui si trattava all’inizio dove non è soltanto la desolazione degli esterni a prevalere dietro le statue che paiono inanimate e spettrali degli idoli del regime comunista ma degli interni, siano essi quelli di un appartamento, di una sinagoga, di una discoteca o di un ufficio. Balagov limita al massimo le parole, spiega mostrando con il formato 4:3, sfrutta ogni millimetro della pelle della debuttante Zhovnar per contestualizzarne i sentimenti e soprattutto una situazione di sconfitta, da cui per senso di responsabilità e per condizione femminile nemmeno la dinamica e ribelle Ila potrà sottarsi. Colori e luce sottolineano uno status quo che impedisce qualsiasi via di uscita. Balagov applica il suo credo visivo sfruttando le conoscenze artistiche ma mai offrendo il senso di restaurazione estetica, piuttosto traendo spunto dal passato per appropriarsi di uno stile unico e ben definito.

La conferma si ritrova nel secondo lavoro, Dylda, Giraffa in russo, ovvero La Ragazza d’Autunno. Se in Tesnota si era in presenza di una profonda riflessione sull’ebraismo attraverso l’analisi della condizione femminile nel passaggio tra gioventù e acquisizione di maturità, in questo invece si amplifica lo studio sui sentimenti e sull’esclusione attraverso un lungo racconto quasi viscontiano come messa in scena e molto russo come scrittura. Siamo a Leningrado alla conclusione della seconda guerra mondiale, nell’epoca in cui bisogna ricostruire in primis sé stessi, allontanando i traumi della devastazione psicologica. Traumi che hanno colpito Ilja, la quale crolla spesso in crisi epilettiche che la porteranno a soffocare incosapevolmente, un po’ come in quello splendido racconto di Michel Faber ne I Gemelli Fahrenheit dal titolo Un Gesto di Poco Conto, il bimbo affidatole dalle sua amica Masha, finita al fronte. Quando questa ritornerà a casa obbligherà Ilja a restare incinta per ridarle, avendo perduto la fertilità, quel figlio sottrattole. Il film che in apparenza è lineare, in realtà è molto complesso, ben più del precedente perchè le sfaccettature psicologiche dei numerosi personaggi in campo e le relazioni tra questi si basano su una varietà di aspetti che coinvolgono sensi di colpa, gli incubi determinati dalla guerra, la privazione e la divisione in classi sociali, le rivalse, il castigo, l’attrazione morbosa, l’odio-amore su cui si basa il rapporto di amicizia, il disperato vaso comunicante attraverso cui si consuma la relazione tra le due amiche. Il tutto viene orchestrato da Balagov come un romanzo quasi d’appendice-in realtà è tratto da La Guerra non ha volto di donna di Svetlana Aleksievič- un contenitore necessario per andare oltre al periodo storico di riferimento e penetrare invece nel profondo dell’animo umano. Per determinare cromaticamente La Ragazza d’Autunno, Kantemir Balagov si affida ancora una volta a tinte singolari: il verde acceso e l’arancione dominano le scene e fanno da contrasto al grigio e al rosso su cui si basa il mondo esterno. Sono i colori che denotano la rinascita, la disperata voglia da parte soprattutto di Masha di non arrendersi, di votarsi alla vita dopo avere vissuto nella prigione mentale della guerra. A poco a poco, quindi, ciò che sulle prime appare come cinismo si trasforma in una riappropriazione che passa dal rapporto indissolubile con il suo specchio, Ilya soprannominata Dylda, giraffa per la sua statura, alla quale potrà donare la propria vitalità, portandola oltre quei traumi che la segnano e la rendono passiva di fronte agli eventi. Film formalmente splendido, La Ragazza d’Autunno è un quadro vivente dalla prima all’ultima scena e come in Tesnota ogni immagine non è mai fine a se stessa. Il limite della seconda opera di Balagov è piuttosto la lunghezza, perché-parere personale-alcune scene avrebbero potuto essere eliminate in sede di postproduzione per agevolare il ritmo del racconto. Ma cosa si può pretendere di più da un ragazzo che entrerà nei suoi trent’anni proprio nel 2021?

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