Un nuovo Giobbe per i Coen e il loro sublime atto di fede cinematografica

martedì, Marzo 15, 2016 0 No tags Permalink 7

IL MONDO è caos, stupidità; è faticoso da vivere, ci vogliono spalle larghe, un’incrollabile fede anche se si è dilaniati dai sensi di colpa indotti, mettiamo quelli che portano qualcuno a confessarsi dal prete per avere fumato una sigaretta tradendo un giuramento. Il mondo è imprevedibile; a volte sembra non avere nemmeno troppo senso. Forse è meglio immaginarlo come un immenso set cinematografico, trasportarlo all’interno degli studios hollywoodiani degli Anni’50, rendere il cinema metafora di quanto accade nella realtà. Per farlo ci vogliono capacità, genialità, intuizione, conoscenza profonda della materia. Virtù che abbondano in casa di Ethan e Joel Coen che con Ave Cesare! tornano finalmente a suonare con quel ritmo e quella leggerezza perduti, almeno per me, nel deludente A proposito di Davis, troppo scontato e troppo incensato da parte della critica-candidato persino all’Oscar del 2013- che è da catalogare tra le peggiori prove dei fratelli terribili del cinema statunitense. Ave Cesare, invece, merita ben di più perché, all’opposto dell’opera precedente, si inserisce tra le cose migliori mai realizzate dai Coen e non solo perché diverte dall’inizio alla fine.

SIAMO IN TERRITORIO metacinematografico. Ovvero Ave Cesare! è un film al cui interno si trovano moltissimi film. Al centro c’è il personaggio di un produttore realmente esistito, Eddie Mannix, la cui attività alla MGM viene trasportata nel 1955 e spogliata di qualsiasi connotazione pruriginosa. È la prima trovata geniale dei fratelli. Avrebbero potuto dipingere l’aura leggendaria di un uomo duro e invece vanno all’opposto. Il loro Mannix, interpretato dalla maschera perfetta di uno straordinario, ancora una volta, Josh Brolin, non è che l’altro volto di Larry Gopnik, il protagonista dell’ottimo A Serious Man del 2009. Anche Mannix è un uomo come Giobbe. Solo che a differenza di quanto accade a Gopnik ciò che sembra sempre sul punto di crollargli attorno non sono le sue certezze o gli affetti, bensì il mondo nel quale ha deciso di vivere e operare: il cinema. Le sue fatiche risiedono nel mettere a posto le cose, nell’aggiustarle, nel riportare l’ordine laddove questo non c’è. Coprire gli scandali, sostituire attori con altri improbabili, convincere i registi, pagare riscatti, tenere a bada la stampa, architettare stratagemmi per risolvere situazioni. La sua giornata tipo non prevede riposo: dalle cinque del mattino a notte inoltrata, giusto il tempo per mangiare un arrosto riscaldato a casa, scambiare quattro chiacchiere con la moglie e osservare i bambini che dormono. È un uomo che non si arrende, che lotta quasi senza rendersene conto, convinto di dover portare a termine la propria missione contro tutto e contro tutti. Così, seguendo le sue giornate, i Coen creano una magnifica quanto imperdibile allegoria di ciò che è il presente. Disegnano intinerari nostalgici e malinconici di quel cinema che sembra non esserci più. Ricostruiscono i film acquatici di Esther Williams, i western a basso costo, le commedie musicali, i tic, gli isterismi degli attori, la loro ingenuità e la cattiveria, le invidie, le gelosie, la purezza di qualcuno, i sotterfugi di altri per decodificare miti e leggende, per far esplodere le contraddizioni di qualsiasi credo, sia religioso sia politico. Il tutto con una vena di sarcasmo e di ironia che rendono Ave Cesare! quanto di più pimpante come ritmo e battute si possa trovare nelle sale in questo periodo.

IL FILM cresce di minuto in minuto; la sceneggiatura lega con precisione e sapienza ciò che all’apparenza sembra non c’entrare nulla con l’altro; e con essa grazie al personaggio di Mannix la fabbrica dei sogni continua incessante il proprio lavoro; l’immaginario da regalare agli Usa del dopoguerra è assicurato. Mannix non è dio, non è lo stratega, non è colui che presiede. È un servitore fedele di un’idea in grado di muovere i propri burattini con lo stesso buon senso che gli Usa chiedono all’americano medio. È la sua missione che non vacillerà nemmeno di fronte ad offerte ben più remunerative e tranquille. È così che i Coen ci parlano del rapporto tra individuo e divinità, quel tema che è sempre ricorrente nei loro film e che proprio in A Serious Man aveva toccato il proprio apice di pessimismo travestito. Là nessuna risposta arrivava: il mondo del professor Gopnik proseguiva a essere investito dal caos e dal no sense senza alcuna alternativa possibile. Qui la figura di Mannix riporta l’ordine naturale forse perché l’unica salvezza dell’individuo per descrivere follia, assurdità e stupidità, è affidarsi al sogno da donare alla gente e portarla a credere in questo. Ciò non toglie che i protagonisti siano tutti pedine necessarie, anche se sostituibili.

I COEN graffiano: si fanno beffa del loro stesso mondo. Gli sceneggiatori comunisti, tra i quali spunta a sorpresa persino Herbert Marcuse, sono dei velleitari snob manovrati da un attore gay, star di commedie musicali- a questo proposito grandissima l’interpretazione di Channing Tatum che si conferma attore di levatura e da film di serie A dopo una carriera trascorsa nei sotttogeneri e nobilitata dalla maiuscola prova di Foxcatcher– mentre le star di Hollywood sono magnifici idioti. George Clooney, un altro perfetto nella propria parte da stupido, è un tronfio divo dell’epoca capace di essere manovrabile da chiunque, siano essi politici o produttori; Alden Ehrenreich è la star di film western di basso livello, incapace di recitare ma sballottato per raccomandazione da un set all’altro; un bifolco di cristallina purezza e ingenuità in grado soltanto di giocare con gli spaghetti, usandoli come se fossero il lazlo dei suoi filmettini: Scarlett Johansson è la divetta acida e prepotente dei film acquatici, più preoccupata di celare una fastidiosa maternità della quale il padre non è conosciuto, che di recitare. I registi, invece, eseguono o cercano di eseguire; protestano e si adeguano ai diktat della produzione. Le giornaliste da scoop modaiolo- come non vedere nelle sorelle interpretate da Tilda Swinton l’isterico proliferare delle regine della vacuità?- sono sempre pronte a svelare cattiverie assortite salvo farsi abbindolare alla prima gentilezza. A tutto questo pone rimedio Josh Brolin-Eddie Mannix che tura le falle. Il suo è il cammino esistenziale al quale è destinato: è la mano dell’unico dio al quale è concesso di credere, ovvero l’industria del cinema e la sua struttura. È colui che deve organizzare questa straordinaria creatrice di disordine senza la quale nemmeno i Coen esisterebbero. È per questo che Ave Cesare! è qualcosa che va ben al di là di un semplice gioco o di un divertissement. È un atto di fede, di puro amore perché il sogno continui, perché ci sia per davvero qualcosa per cui valga la pena vivere.

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