° Recensioni: mi divertono le recensioni cinematografiche. Mi piace leggere i resoconti dei critici più importanti o anche quelli dei meno noti dopo avere scritto le mie. Spesso, quasi sempre, i giudizi collimano ma a volte le strade si separano. Come nel caso dell’ultimo film dei fratelli Coen che paiono possedere a prescindere l’aureola e la superiorità su tutto. A me, chi segue il blog lo sa, il film non è piaciuto per i motivi che ho spiegato. Agli spettatori in sala credo che l’entusiasmo sia venuto meno scena dopo scena. Eppure anche recensori in genere cattivissimi con tutti- quelli che hanno stroncato Virzì per esempio- gridano al capolavoro. E si chiedono infastiditi i motivi per i quali l’Academy non ha accolto il film tra i candidati a qualche Oscar. Rispondo io:perché è di una noia mortale e non fa nemmeno riflettere. Ma toccare i Coen è come investire qualcuno in isola pedonale. Essendo bravi a prescindere non è umanamente possibile ammettere che anche loro, come chiunque, ogni tanto fanno aria fritta. Geniale forse noiosa pure.
° Hoffman: in genere non mi scuotono le morti improvvise degli attori. Le considero logiche evoluzioni dell’esistenza.Ma nel caso della scomparsa di Philip Seymour Hoffman ammetto di avere subìto un contraccolpo non indifferente. Forse perché lo consideravo il migliore, il trasformista della recitazione. Forse perché non ricordo, a memoria, un solo suo film brutto. Era il classico animale da schermo e palcoscenico che nobilitava con la sua presenza anche il lavoro in apparenza meno interessante. Non era banale, aveva sfaccettature quasi infinite, riusciva a incidere ovunque gli venisse assegnato un soggetto. Poteva partire da comprimario ma arrivava a essere il punto di riferimento, il personaggio al quale guardare. Era stato così fin dalle prime esibizioni. Ricordava Orson Welles. Ma se ne è andato in modo troppo stupido:una di quelle morti tipiche dei geni. Fragilissimi dentro perché impauriti dall’esistere, sempre in bilico nell’essere troppo. Nel bene e nel male. Nella superiorità intellettuale e nella debolezza emotiva.Nati per offrire un senso alla vita degli altri e non trovarne uno che uno nella propria.
° Mastropasqua: è lo specchio nel quale si riflette l’Italia delle nomenclature. Non è il primo ad accumulare cariche su cariche, non è il primo ad andare bene in ogni stagione politica. E a ben pensarci non ha nemmeno colpa nell’essere stato dove si trovava. Le responsabilità sono di chi lo ha messo, di chi lo ha inserito nel sistema, di chi lo ha protetto, raccomandato, appoggiato. Mastropasqua, al di là delle indagini sul suo conto riguardanti presunti malaffari, non è altro che allegoria vivente dell’Italia. Dove molto viene riservato a pochissimi, e poco a chi forse meriterebbe molto di più ma ha una colpa grave nel proprio dna:essere intellettualmente libero.
° FCA: era immaginabile che i soliti trombettieri di aria fritta segnalassero la loro disapprovazione sulla nascita della Fiat Chrysler Automobiles, dello spostamento della sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna. Non vedo cosa ci sia da stupirsi. Una multinazionale destinata comunque a giocare una partita importante sui mercati globali, intesi quindi come mondo intero, non può certo pensare di insediarsi in Italia, dove la politica e la burocrazia bloccano qualsiasi idea di modernità, dove l’imposizione fiscale per le imprese- ma non solo- equivale a un cappio al collo, dove le leggi, i regolamenti non sono per nulla all’altezza di una sfida internazionale. Su ciò che diventerà la FCA, sui numeri che produrrà, sui prodotti che creerà non mi pronuncio. Ma la lezione che Marchionne ha impartito all’Italia è importante: una nazione imbalsamata non può certo attirare capitali internazionali di spessore, investitori. Difficile, però, che qualcuno lo comprenda. Più comodo dare fiato alle trombe del nulla e ai soliti blabla.
° Domanda:ci voleva un referendum tra la tifoseria per arrivare a coniare la sigla F 14T per la nuova Ferrari di Formula 1? Mah.
° Trovo intelligente la campagna << Coglione no >> – anche se il termine, da dizionario, dovrebbe essere scritto con la sola i e senza la gl- che da qualche settimana sta scatenando un dibattito divertente sulleprofessioni generalmente catalogate creative. Fermo restando che guardo sempre con sospetto alla parola creazione e a tutte le sue desinenze, è verissimo quanto si dice. Per certe professioni o lavori- il mio per esempio- l’essere pagati ormai è diventato un optional. Amico mio, ti dicono, ti faccio lavorare e vuoi anche essere pagato? Ed è giusto, al di là delle immancabili contestazioni di chi probabilmente ha il ventisette assicurato e non conosce i problemi delle partite Iva – senza le quali oggi come oggi l’Italia non andrebbe avanti- alzare un poco la voce. Dimostrando, con grazia e ironia, che a volte è possibile contestare senza bloccare strade, senza diventare capipopolo. Un diversamente giovane come me ringrazia i ragazzi di << Coglione no >>.
° Decrescita felice: Wired ha lanciato un bel manifesto sull’innovazione, prendendo di petto anche la fandonia della cosiddetta decrescita felice, ovvero una delle teorie più idiote mai espresse in questo scorcio di inizio secolo. Sarà che io so per esperienza, cultura e vita che si esiste per crescere. Di decrescita conosco soprattutto quella italiana. La famosa decrescita infelice. Cerebrale ed economica.
°Superbollo automobilistico: come volevasi dimostrare anche per quest’anno chi ha la << sfortuna >> di avere una passione e possedere un’automobile con qualche cavallo in più di ciò che i burocrati ammettono, dovrà pagare entro il 31 gennaio un’iniqua sovrattassa che andrà ad aggiungersi a un’iniqua tassa di proprietà, a inique tariffe autostradali, ad assurdi prezzi del carburante. Tutto, secondo quanto riferito, verrà rimandato al 2015. Ogni tanto, essendo del settore, mi domando quanto abbiano fatto di concreto le Case automobilistiche per creare lobbies e cosa abbia fatto l’Aci, ovvero un immenso bacino di persone, per impedire questo che definire furto è dire poco. Tra le altre cose si tratta di una norma talmente stupida che sta distruggendo un mercato e quindi anche tutte le entrate e la circolazione del denaro del settore.
° Golden Globes: quello vinto da << La Grande Bellezza >> di Paolo Sorrentino lo proietta a velocità della luce verso la conquista dell’Oscar per il miglior film straniero della stagione 2013. Così da noi il cinema diventa discussione da salotto e da bar. Favorevoli e contrari si dividono, inchieste e bla bla un po’ovunque, referendum, sondaggi, opinioni di chi al cinema va pochissimo o della << tuttologia >> giornalistica riunita. Confermo il giudizio scritto sul blog, che non è oro colato ma è la mia impressione: Sorrentino ha creato uno splendido contenitore che custodisce il nulla, perché la Roma metafora dell’Italia e dell’italiano de << La Grande Bellezza >> non esiste più da tempo immemorabile, i suoi personaggi sono stereotipi triti e ritriti. Ma che vinca l’Oscar non può fare che bene al nostro cinema, alla nostra industria, a quel movimento sotterraneo che vive una crisi di idee, di investimenti e di entusiasmo. E questo non può non farci piacere.

° Essendo commentini quando ho tempo li scrivo con il contagocce. Preferisco darmi alle riflessioni cinematografiche. Oggi, vigilia di Natale 2013, ho voglia soltanto di lanciare una provocazione. Ma è proprio vero che sia così importante la svolta dei quarantenni della quale ha parlato il premier Letta nel suo discorso di fine anno? Non sarebbe più utile per l’Italia che la svolta avvenga non in base all’anagrafe-che conta zero, un cretino resta tale anche a novant’anni e un intelligente idem- ma con i fatti concreti? Per rispondere a Letta direi che questa generazione dei quarantenni in politica non ha, per il momento, fatto altro che prendere le cattive abitudini dei predecessori: tante parole al vento, nessun fatto. La svolta ci sarebbe se la politica avesse il coraggio di cambiare le cose, di invertire la rotta, di perseguire un ideale economico differente, di battere strade innovative. Esempio provare a tagliare l’Iva invece che aumentarla, rimettere in circolazione il denaro, smetterla con la demagogia e la protezione delle caste autoreferenziali che comandano, ridefinire la struttura dello Stato- quindi la burocrazia- e i suoi limiti di intervento. Insomma portare l’Italia nella modernità e non lasciarla impolverata e fratturata come ora. Per il momento i quarantenni hanno fallito. Dobbiamo rivolgerci ai trentenni? Ai ventenni? O solo al buon senso?

°A proposito di Papa, migranti e polemiche che sono scaturite dalla visita del primo a Lampedusa. Nulla vieta al Papa di svolgere il proprio mestiere e non è giusto contestare tout court la sua azione, le sue riflessioni come è avvenuto nei commenti di questo o quell’altro politico o opinionista. Noto la preoccupante tendenza dell’informazione italiana al provincialismo. L’arrivo del Papa a Lampedusa ha voluto esprimere un disagio universale: Lampedusa presa come esempio di un problema vasto come il mondo. Noi invece lo abbiamo fatto nostro e questo è sbagliato. Giusto invece riflettere sull’immigrazione che abbiamo in Italia, al quale lo Stato da solo non può fare più di tanto. Ci vorrebbe per davvero una politica europea precisa, attenta, coordinata, cosa che non avviene al di là delle belle parole di alcuni. Un’Italia lasciata sola a risolvere il problema immigrazione è di fatto un lavarsi le mani. E l’Italia non può certo permettersi di accogliere le decine di migliaia di persone che arrivano. Anche perché per chi ha lavoro la nostra terra è solo un punto di passaggio in attesa di varcare altre frontiere, per chi non l’ha invece rappresenta un punto di arrivo. Questo è il vero problema. Chi resta spesso si confonde nelle metropoli, inizia a delinquere, a rendere irrespirabili e invivibili le nostre città. E qui allora non entra in gioco la carità cristiana ma lo stato di diritto che dovrebbe avere il dovere di proteggere in primis i propri cittadini. In Spagna, per esempio, lo fanno abbastanza bene. Solo noi dobbiamo fingere di essere democratici fino all’eccesso? Quindi ragione in pieno al Papa ma concretezza nel cercare di risolvere un problema che esiste e che preoccupa.

° Di recente ho trascorso una decina di giorni in Spagna, stando alla larga dalle vacanze stanziali e optando per un giretto che da Madrid mi ha portato in Andalusia, attraverso la Mancha e via dicendo. La nazione iberica è una delle protagoniste della crisi economica europea. Pare sia messa peggio anche dell’Italia. Eppure le sue città sono tirate a lucido, i turisti trovano tutti i servizi a disposizione, i musei funzionano che è un piacere, i monumenti, le splendide chiese e cattedrali si visitano con facilità. In strada chi ti ferma non è per domandare elemosina o per cercare di rubarti qualcosa ma per aiutarti nel ritrovare la via maestra. I miei non sono gli occhi del turista: conosco la nazione da quando ero bimbo, l’Andalusia la scoprii con i miei genitori quando avevo dieci anni, ed era diversa, parecchio povera. Poi ne ho seguito il boom, dovuto anche agli investimenti esteri ed ora volevo visionare ciò che da noi viene definito declino. E’vero l’economia ristagna, la bolla immobiliare ha ridotto sul lastrico parecchia gente. Eppure l’orgoglio spagnolo è quello di presentarti le proprie città e il proprio territorio nel miglior modo possibile. Riflettevo con mia moglie su ciò che invece ci propone l’Italia, su ciò che offre ai turisti. Sporcizia nelle strade, un sacco di delinquenza e di immigrazione senza controllo, disorganizzazione culturale a tutti i livelli, prezzi eccessivi e spesso maleducazione collettiva, servizi che non funzionano. Il turismo non lo consideriamo e invece dovrebbe essere la nostra prima risorsa. Non lo incentiviamo perché qualsiasi tipo di politica ha dimenticato la nostra storia, forse non sa nemmeno dove viviamo e cosa possiamo offrire al mondo. Abbiamo il molto ma chi ha il poco o il meno di noi vende la propria merce come se fosse unica, con orgoglio, con senso di appartenenza. Quando torni dall’estero ti accorgi che basterebbe un minimo sforzo per scacciare quest’aria pesante che ci incupisce. Invece nulla, piagnistei, vessazioni, menefreghismo, sciatteria di idee e di comportamenti restano i leit motiv di una brutta stagione che dura ormai da troppo tempo. E l’Italia sembra sempre più un paese che muore.

° Avrei voluto scriverlo io, che economista non sono, il fondo apparso sul Corsera di oggi-22 maggio- a firma di Alberto Alesina dal titolo << Una staffetta senza virtù>>. Nell’articolo l’economista prende le distanze dalla proposta del ministro Enrico Giovannini sullo scambio lavoratori anziani-giovani lanciato dall’esecutivo la settimana scorsa. Quando avevo visionato la proposta ammetto di aver pensato che fosse-non voglio usare termini eterodossi- una colossale sciocchezza che nulla avrebbe aggiunto in positivo alla situazione del lavoro e dell’economia in Italia ma che avrebbe fatto rimanere le cose come stanno ora. Con la differenza che invece di avere dei giovani in cerca di occupazione vedremmo over cinquantenni in totale frustrazione psicologica perché costretti o ad abbandonare del tutto il lavoro o a diminuirlo drasticamente. E mi chiedo se davvero lo stesso governo e lo stesso ideatore del progetto credono di poter risolvere qualcosa con una mossa del genere. O, se al contrario, si trovino in una situazione di impotenza radicale sul fronte lavoro da inventarsi stratagemmi intrisi di demagogiche intenzioni pur di offrire qualche risposta a un’opinione pubblica esasperata, disillusa, ridotta allo stremo. A certi progetti preferirei un decoroso silenzio, che non guasta mai, e qualche invenzione più brillante. Poi, essendo coinvolto in prima persona nel problema, continuo a domandarmi e a domandare cosa ne sarà di tutti noi, liberi professionisti a partita Iva, che siamo a spasso nonostante capacità oggettive e esperienza, in molti settori delle professioni cosiddette intellettuali. Per caso dovremmo seguire l’esempio di qualche collega e iniziare ad accarezzare l’ipotesi di autoeliminarci fisicamente? Perché il vero problema non è dare lavoro ai giovani, ma creare lavoro per tutti. Rimettere in moto l’economia. Se questo non accade-e l’ipotesi dell’aumento Iva da questo punto di vista è catastrofica per i consumi- è inutile parlare di staffette, di piccoli omicidi, di lotte di generazione. Certo questo governo paga i disastri di quello precedente che ha fatto precipitare, dati alla mano, l’Italia indietro di almeno un decennio ma deve darsi una mossa con politiche aggressive. Inizio a nutrire molti dubbi in proposito.

° Su Radio 24, a Focus Economia del 13 maggio si è parlato, direi troppo brevemente, della crisi del settore auto con specifico riferimento alla situazione dei concessari. C’era un professore universitario, studioso del settore, che superava l’equazione crisi economica-crisi delle vendite, sostenendo che si tratta di una problematica sistemica  che ha radici lontanissime. Il curatore e presentatore della trasmissione lanciava nel frattempo l’idea che i concessionari non abbiano mai curato realmente il settore dell’usato. Ammetto che mi sono trovato in parziale disaccordo con entrambi. In primis perché pur essendo sistemica, la crisi italiana è figlia di almeno ulteriori tre fattori. Il primo: la fiscalità eccessiva al quale tutto il settore dell’automotive è sottoposto in materia di tasse, tassine e tassette. In sostanza una fiscalità tossica che serve allo Stato per fare cassa. Il secondo: avere demonizzato l’automobile come portatore di disvalori e indicatore di ricchezza. Non per niente chi ha una passione, io sono il primo, per l’auto sportiva e dotata di cavalli ogni qual volta la mette in moto si domanda se è un delinquente, un reprobo, un ladro, un evasore o una persona che semplicemente ha fatto un sacrificio per levarsi una soddisfazione. Risultato:crollo delle vendite delle gran turismo, anche quelle che costano cifre abbordabili e fuga di molte di queste verso l’estero, dove invece la domanda regge perché non c’è la caccia al presunto colpevole e esiste la cultura della passione. La terza: l’eccesso di produzione industriale e la miopia delle stesse Case costruttrici nell’imporre ai concessionari numeri che in momenti di vacche magre nei conti correnti non possono essere ottenuti. Beninteso il settore è obsoleto e avrebbe bisogno di modificare il <<sistema>>, l’approccio e tutto il resto. Ma questi tre dati oggettivi non possono essere messi sotto silenzio. Altrimenti si rischia di non voler vedere la situazione specifica dell’Italia.

° Oggi su <<Il Foglio>> (siamo all’ottavo giorno di maggio) c’è un interessante articolo dal titolo <<Economia choc>> nel quale l’ex manager Fiat Riccardo Ruggeri sostiene cose giustissime. Per esempio che il cancro italiano- ogni persona dotata di normale intelligenza lo sa- è rappresentato dalla classe dei burocrati che stanno dietro ai politici. Gli uomini dei ministeri, delle amministrazioni, definiti da Ruggeri nell’articolo <<…classe dirigente che aborre la leadership, frena l’innovazione, ama la penombra, le norme e le procedure>>. E rincara la dose:<< Chiediamoci pure come sia possibile che 600 mila dipendenti del settore privato sono oggi in cassa integrazione, e invece i dipendenti pubblici chiaramente in esubero non debbano andare in cassa. E’questione di equità, oltre che di risparmio>>. Eccolo qui il vero problema che inizia ad affiorare e a diventare cruciale. Come ho già scritto non inventandomi nulla di nuovo e non essendo economista, se non si prenderà a mano il pubblico, compresa la burocrazia, noi non riusciremo mai ad evolverci. Ma ci vorrebbe, come dice Ruggeri, un politico alla Thatcher che in Italia non c’è. Non un bocconiano, non un tecnico, ma un politico con gli attributi. Anche se, e questo Ruggeri non lo dice, il politico in questione durerebbe, secondo me, al massimo una ventina di giorni. Perché i burocrati lo stritolerebbero come una piovra. Il male dell’Italia sta tutto qui: non siamo contemporanei perché il sistema dominante è preistorico. E fa comodo, a troppa gente.

° Un consiglio a chi cerca lavoro in questo periodo e in questo paese:se per caso vi domandassero le vostre competenze, le esperienze, il curricula, voi dite che siete nessuno, anzi che avete problemi a capire le cose. Che ci arrivate a poco a poco e che nella vita avete sempre bevuto il verbo dell’ignoranza. Che la cultura per voi non esiste, che la politica è roba da ladri, che il lavoro deve essere mal pagato e possibilmente di basso profilo. E per carità non esprimete mai un’idea che una. E’ostativo. Se poi mostrate di saper usare alla perfezione il talento dell’imbecille, buttando qua e là qualche espressione inglese legata ai social, al connecting, alla rete e palle varie  sarete a cavallo. Provateci, non vi costa nulla. Ma guai a presentarvi per ciò che siete. Vi diranno che rappresentate un ostacolo al buon funzionamento aziendale. Insomma che siete troppo anche se vi consideravate dei normalissimi prestatori d’opera come milioni di altri. Andate verso la mediocrità, di lavoro e di mente. Vi prenderanno in men che non si dica.

° La morte di Giulio Andreotti ha scatenato come al solito il popolo dei social networks. Se ne sono lette di ogni e si sono visti commenti di una crudeltà propria di una miriade di frustrati che non riescono mai a cogliere con equilibrio qualsiasi fatto accada nella storia. La realtà è che Giulio Andreotti è stato lo specchio dell’Italia, il nostro volto politico-affarista, il nostro modo di gestire il potere, la nostra capacità di riuscire ad allearsi con il diavolo e l’acqua santa con molta facilità. Ed è stato un grande politico come lo fu a suo tempo Bettino Craxi e come lo furono altri protagonisti di una Prima Repubblica spazzata via dalle inchieste giudiziarie pilotate ma mai realmente morta. Perché il nostro dna <<pubblico>> è ancora lo stesso. Siamo italiani e ad Andreotti dovremmo riconoscere almeno una cosa:di essere stato, volenti e nolenti, il più italiano tra tutti noi.

° La saggezza di chi fa le cose permette sempre di giungere al nocciolo dei problemi; l’altro giorno un amico  imprenditore, uno quindi che si sporca le mani e all’occorrenza si mette anche a svolgere il lavoro dei suoi dipendenti, riflettendo sull’assurda situazione economica nella quale ci si trova constatava che è molto bello parlare di lavoro e lanciare buoni propositi. C’è solo una piccola questione che alcuni dimenticano: per assicurare lavoro bisognerebbe che le aziende riuscissero a vendere e a piazzare i loro prodotti. In sostanza che l’Italia consumasse. Non mi sembra che questo stia accadendo. Il nodo sta tutto lì. Quindi al di là delle parole programmatiche e molto retoriche-Letta continua a farmi girare le scatole con la storia dei giovani- finché non si taglieranno lacci, lacciuoli e non si metterà mano al pubblico e alla burocrazia, futuro dalle nostre parti ben poco. I tedeschi, di sicuro testardi come muli, intransigenti e con l’ansia del comando, su questo hanno ragione: la crisi italiana è sistemica. Senza distruzione e seguente ricostruzione del sistema burocratico e pubblico non ce la faremo mai.

° Bello il discorso di Enrico Letta alla Camera. Pieno di punti programmatici nobili e importanti. Fin troppo bello come ha saggiamente detto l’onorevole Giorgia Meloni, rammentando una frase di Donat-Cattin. Ma è chiaro che ognuno di noi faccia il tifo per la buona riuscita del nuovo governo anche se ci sono un paio di cose che non mi tornano e soprattutto alcune frasi demagogiche che iniziano a darmi fastidio. Quando si parla di <<giovani>> per esempio, di detassazione del loro lavoro al momento dell’assunzione. Cose sacrosante, peccato che tutti i politici si dimentichino di quella che è la vera sofferenza italiana:quella degli over 40 che hanno perduto il lavoro, ogni forma di assistenza e non trovano nulla nonostante siano professionalmente preparati e abbiano ancora da insegnare ai giovani ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Dato che faccio parte anche io della categoria, non vorrei che quella dei giovani sia una semplice scusa per rottamare definitivamente dal mondo delle professioni tutti coloro che per scelte sbagliate, per sfortuna, per incontri con farabutti e affini  e non certo per incapacità ora si trovano in difficoltà ben maggiori dei trentenni. Non è una questione di lotta generazionale, per nulla. Ma di equità. Che i buoni propositi valgano per tutti. E’una semplice annotazione.

° Al di là della superficialità con la quale il M5s ha fatto irruzione nella scena politica, stupisce che i suoi votanti e la parte più facinorosa di questo movimento non si accorgano di quanta ingenuità ci sia alla base delle loro richieste. Da semplici calcoli elettorali nessuna formazione ha ottenuto la vittoria. Tre raggruppamenti si spartiscono, direi in modo abbastanza equo, le proprie minoranze ed è quindi logico che qualsiasi governo possa nascere soltanto in presenza di un accordo, perché in caso contrario saremmo costretti a ritornare alle urne con risultati più o meno identici, forse con una leggera prevalenza del pdl nei confronti del pd e dello stesso M5s. In tempi non sospetti avevo annusato a più riprese il rischio del voto di protesta utile solo a creare ancora maggiore confusione. Per questo non mi è mai passato dalla mente l’idea di votare i grillini, con i quali tra l’altro non mi trovo d’accordo su nulla, soprattutto su quelle battaglie ideologiche figlie di vecchissimi pregiudizi che alcune generazioni hanno traslato dai movimenti degli Anni’70 e ’80. La sceneggiata, tra l’altro molto pericolosa, di Grillo all’indomani dell’elezione del presidente della Repubblica ha poi mostrato il vero volto del raggruppamento: la pretesa di voler imporre la volontà di un bacino elettorale nemmeno minoritario ma ininfluente (28.000 e passa persone, meno di un comune medio)-parlo del caso Rodotà- a una maggioranza. L’opposto di ciò che avviene in democrazia. Credo che tutti i grillini dovrebbero ripassare sia i libri di storia sia studiare di più. Ne uscirebbero politici migliori.

° A proposito di vergogna, mi sento molto infantile perché ho ancora il coraggio di provarla. Non è un merito, anzi. In parallelo sono capace anche di scandalizzarmi quando vedo le composizioni degli organi burocratici di qualsiasi settore del paese. Dal più influente al meno importante: basterebbe prendere un foglio bianco, collegare un cognome a un altro, tracciare una linea e vedere quanto nel passato certe persone siano state legate e dipendenti l’una dall’altra. Sono coloro i quali non resteranno mai a piedi.  Il loro è un presente <<continuato>> in terra. Avranno sempre qualcosa da inserire nel biglietto da visita. E’così in tutto il mondo. Ma in Italia, dove le mezze misure esistono solo per i propri tornaconto personali, si esagera. Ecco, ogni volta che scopro certe cose alle quali dovrei essere avvezzo è come il primo cazzotto ricevuto. Ho la nausea <<continuata>>.

° Le fotografie non sono mai oggettive: questione di ottica, di sguardo, di momento. L’unica che conosco, purtroppo, è quella che ritrae l’Italia. Dall’elezione del presidente della Repubblica alla formazione del nuovo governo. Ogni commento mi pare superfluo. Questa è l’Italia. Da vergognarsi.

° A corollario della recensione del film di Giorgio Diritti mi chiedo perché il più giovane spettatore in sala fossi io, che giovane non sono per nulla. E ripensavo agli anni’70, quando usciti dal liceo ci davamo appuntamento nel pomeriggio per fuggire in qualche cinema d’essai o per vedere in prima visione Visconti o Fellini. E le sale erano gremite. E’quella di oggi una <<mala>> gioventù? No ha solo di fronte a sé esempi sbagliati e molto superficiali. Il modello Steve Jobs, geniale fin che si vuole ma con un limite assoluto: quello dei fruitori di vacuità. Del nulla.

° C’è una bella inchiesta sul Sette del Corsera di questa settimana sul tramonto della pellicola e la digitalizzazione forzata nelle sale cinematografiche italiane. Se ne va un’epoca, se ne va un’idea di cinema nella quale siamo cresciuti, prosperati mentalmente. Ma il problema vero non è tanto quello dell’assunzione obbligatoria di una nuova tecnologia. La modernità bisogna accettarla; tra i suoi vantaggi il digitale avrà la durata-non così gli impianti che riproducono i film- e una qualità video-audio vicina alla perfezione. Forse, come accaduto con la musica, troppo <<freddina>>, meno magica, senza quei nei che dispensano fascino. Il vero guaio del cinema italiano è la scarsa affluenza di pubblico. Le piccole sale non riescono a sopravvivere: se distribuiscono qualità corrono il rischio di non avere pubblico. Se vanno sui contenuti <<popolari>> o pseudotali pagano l’opzione delle multisala che gli spettatori occasionali preferiscono e che invece gli appassionati nudi e puri- mi inserisco nella categoria-non riescono proprio a digerire. Ma sia negli uni sia negli altri i biglietti <<staccati>> sono pochi in relazione agli investimenti fatti. E’un fenomeno non soltanto italiano ma acuito da noi dalla mancanza di una politica sul consumo cinematografico che ha dello scandaloso. Ci sarebbe da prendere in mano tutto questo comparto, perché il limite del nostro cinema non è soltanto produttivo. E’soprattutto distributivo, promozionale e, termine che non mi piace ma necessario, culturale. Quante cose potrebbe fare la politica e quante non fa, non comprendendo che il gusto della civiltà, il senso dell’appartenenza, l’elasticità mentale, la curiosità provengono anche e soprattutto dal mondo dell’arte. E’ un’altra vergogna di un paese che non riconosco, che non è mio, un brutto paese.

° L’Italia non sa più ridere perché ci sono troppi comici.

° Fa tristezza non vedere in edicola in questi giorni il Corriere della Sera. Da lettore e da professionista dell’informazione resto davvero amareggiato per il piano di ristrutturazione che il management Rcs ha ideato per coprire i buchi colossali dovuti a scelte sbagliate e ad assurde acquisizioni. Lasciare a casa 110 giornalisti, poco importa che alcuni di loro siano da pre pensionare, è come distruggere l’esistenza a 110 famiglie. Perché, e ne so qualcosa, di possibilità di lavoro extra non se ne vedono all’orizzonte se non per i soliti <<noti>> che bravi o mediocri non avvertono la crisi. Tanto per loro un posto ci sarà sempre come esisterà sempre qualcuno che li sistemerà per clientele, lobbies o appartenenza a un gruppo solido di amici degli amici. La crisi del Corsera è lo specchio di un male incurabile che sta devastando i media italiani ormai da un ventennio. Tutto iniziò alla fine degli Anni’90, con i primi tagli, i primi piani di ristrutturazione messi in atto ricorrendo a normative giurisprudenziali prese a nolo da altri settori. Gli editori si accorsero che le loro aziende costavano troppo, che guadagnavano sempre meno, che avevano un surplus di dipendenti. Iniziarono a procedere con la mannaia ma sembra che la lezione non sia servita. Riducendo i costi interni  molti hanno pensato di diversificare gli investimenti. Alcuni ci sono riusciti in modo intelligente, sviluppando ciò che sapevano fare, evolvendo; altri invece hanno fatto finanza piuttosto che impresa e si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano. Ora la crisi del Corsera non può passare sotto silenzio: ne va della qualità dell’informazione nazionale e mi trovo d’accordo con il comitato di redazione che sta lottando in tutti i modi per cercare di far comprendere quanto possa essere devastante anche in prospettiva l’atteggiamento della proprietà che per divisioni azionarie sta anche giocando con la pelle della gente. Purtroppo i management editoriali contemporanei non prevedono la competenza specifica del settore. Perché il vero nocciolo della questione del maggiore quotidiano italiano, della sua casa editrice, è proprio questo e comune a tante altre realtà, siano della carta stampata, dei new media o del mondo radiotelevisivo. La battaglia del Corriere della Sera è anche quella di tutti i giornalisti e gli addetti italiani. E’anche mia, che sono stufo, esacerbato, di avere a che fare e di confrontarmi con gente superba che di editoria non capisce nulla ma che non si sa per quale motivo occupa posti che non le appartengono.

° Sempre a proposito di Formula 1 e televisione, nell’edizione quotidiana del Corriere della Sera c’è una nota interessante di Aldo Grasso sul Gran Premio andato in onda su Sky. Come spesso accade mi trovo d’accordo con il professore, tranne che sul punto dell’offerta-il mosaico altro non è che un’evoluzione di quanto fatto all’inizio del nuovo secolo da D+ e dalla televisione prodotta direttamente da Ecclestone- soprattutto nel passo in cui scrive che<<…L’evento sportivo per raggiungere la piena televisità dev’essere sfrangiato da una tecnologia che originariamente non gli pertiene. I replay, i ralenti, le sovrimpressioni, il moltiplicarsi dei punti di vista, le telecronache parallele, le varie moviole e, da ultimo, il mosaico interattivo servono soprattutto al mezzo televisivo per decretare il suo totale dominio>>. Sono riflessioni che mi pongo da parecchi anni, non solo sulla Formula 1 e sugli sport dei motori in generale. Credo infatti che l’accumulo spezzi quel legame tra chi osserva l’evento e l’evento stesso, rendendo quest’ultimo talmente nudo da perdere il fascino, il mistero, il pathos che gli dovrebbero appartenere. Una legge ferrea dello spettacolo è il procedere per sottrazione, non per eccesso. Quest’ultimo confonde, seleziona l’appartenenza anagrafica del pubblico-provate a dare in mano un telecomando della pay tv a un anziano e vedrete cosa può combinare- e priva la disciplina sportiva stessa di tutto quel mito che si porta appresso. Non è un caso che la Formula 1 sia diventata una specialità già artefatta in partenza, non autentica con la sua regole nel settore delle gomme, nell’imposizione federativa di creare pneumatici poco duraturi proprio per favorire il colpo di scena. Una Formula 1 <<americanizzata>>, troppo mostrata che porta in sé il germe della contraddizione perfetta:è lo sport più <<chiuso>> e meno accessibile al mondo. Vive solo in tv, si spoglia solo di fronte alle telecamere. Il trionfo della virtualità.

° Difficile che io commenti cose televisive, soprattutto dei settori che mi riguardano da vicino. Lo faccio oggi, domenica 17 marzo, per la <<storica>> esclusiva di Sky Sport per i Gran Premi del mondiale di F.1. Caracollando di qui e di là, leggendo pareri di tifosi e di specialisti, ho letto e ascoltato opinioni spesso non concordi l’una con l’altra. Sintetizzando esistono due correnti di pensiero: la prima favorevole a sostenere i costi aggiuntivi dell’abbonamento del pacchetto sport, la seconda del tutto contraria. Entrambe hanno motivazioni più che valide. Le prime credono che pagando venga loro assicurato un servizio migliore rispetto a quello, spesso deficitario, che la Rai offriva fino agli anni passati. Le seconde, che si dividono sulla qualità del servizio stesso, affermano che 14 euro al mese in più non sono noccioline e che il gioco non valga la candela, in considerazione del fatto che la tv statale manderà in onda in ogni caso le differite. A quest’ultima categoria non posso dare torto: 14 euro al giorno d’oggi non sono pochi e non credo che l’operazione finanziaria messa in piedi da Sky possa portare molti più abbonati rispetto a quanti ne esistano. Il sottoscritto, per esempio, ha il pacchetto calcio e non lo sport ma ha la fortuna nella casa dei genitori di trovarsi lo sport e non il calcio. E quindi si arrangia, anche se nel caso non pagherebbe di sicuro altri soldi per via di ristrettezze causate dalla quasi totale assenza di lavoro. Quanto al servizio offerto da Sky, stando a ciò che si è visto nel primo week end stagionale dove tutto era in rodaggio, mi sembra che abbia funzionato abbastanza bene la coppia dei commentatori. Marc Gené, lo dico da tempo insospettabile, è un valore aggiunto e tra i piloti che si danno al commento è nettamente un fuoriclasse, il migliore, nonostante sia di chiara impronta ferrarista. La prima voce, Carlo Vanzini, fa il suo dovere, è precisa, difficilmente cade in svarioni, anche se manca di pathos e, sempre parlando del gran premio australiano, si limita a raccontare ciò che si vede sullo schermo, lasciando al coequipier il compito di leggere tatticamente la corsa, che è poi la cosa più difficile. Rispetto alla Rai siamo quindi su un altro pianeta. Dove, secondo me, Sky fa acqua è invece nel contorno. Non mi sembra ci siano, fuori dalla telecronaca, le persone in grado di approfondire con il bisturi le varie situazioni, forse perché di grandi specialisti non ne esistono. Non lo può essere la ragazza tedesca, carina ma che sembra catapultata in un pianeta a lei sconosciuto, né i vari talent-si chiamavano così anche all’epoca Mediaset- poco avvezzi alle telecamere. C’è quindi tutta una struttura da mettere a punto il che conferma il sospetto che al di là del racconto dell’evento manchino i pezzi da novanta in grado di elevare i week end e di incidere per davvero nella storia della specialità. Non vorrei che Sky sia caduta nella sindrome della superficialità:offrire belle presenze senza contenuti alle spalle. Sarebbe un errore clamoroso perché l’automobilismo, a differenza di altri sport, impone conoscenze a trecentosessanta gradi , tecniche, storiche, culturali, senza le quali ci si ferma all’annotazione visibile, il che alla gente non interessa-lo vede anch’essa-e non la spinge di sicuro a sottoscrivere un abbonamento in ogni caso dispendioso.

° L’avere tempo a disposizione ha i suoi vantaggi anche in periodi di umore nero. Il leggere libri, per esempio. Esercizio psichico fondamentale oltre che aiuto insostituibile per l’attività professionale. Tra quelli che ho preso in mano recentemente uno, per la prima volta in vita mia, mi ha portato a dormire a metà storia e un altro mi tiene inchiodato al colore della carta. Sto considerando che gli scrittori inglesi non mi piacciono, almeno la maggior parte di essi. Adoro Martin Amis e James Graham Ballard, del quale ho letto tutto, ma gente come Julian Barnes è molto lontana dalla mia idea di scrittura e di lettura. Noioso, lento, il suo <<Il senso della fine>>, pluripremiato, è lontanissimo dai miei ideali narrativi. Di ben altra pasta l’ultimo romanzo <<fiume>> di Richard Ford,<<Canada>> da poco uscito per Feltrinelli . Non è una questione di trama ma di approccio, di ritmo di scrittura, di musicalità. Si legge con il sorriso sulle labbra anche se l’argomento è tutto fuorché leggero, si respira profondamente non solo l’aria della provincia americana ma anche la grande tradizione che pulsa dietro ogni pagina. Quella che permette agli americani di descrivere gli  aspetti psicologici di un’ossessione familiare e esistenziale con i tocchi delicati e soffici del pasticcere che prepara i propri dolci. Ciò che solo i grandi possono permettersi. E Richard Ford lo è.

° L’altro giorno abbiamo chiuso la trasmissione. La facevamo, come si dice dalle mie parti, con un panino e una mortadella, senza risorse, sempre promesse mai arrivate, nemmeno uno straccio di sesto diritto televisivo. Ma chi ci seguiva, e non erano pochi, stava lì ad ascoltarci. Perché ognuno di noi sa ciò di cui parla, ci vive nel motorismo ed ha un vantaggio rispetto a molti: conosce i livelli alti e i livelli bassi, il professionismo e il dilettantismo, abbiamo storia e curriculum che altri si sognano. Siamo bravi? Penso di sì, non è un delitto essere sicuri della propria professionalità. Ci hanno chiuso senza averci pagato. Io ho condotto da giugno alla scorsa settimana (dieci mesi pieni ogni giovedi) senza percepire un euro che uno. In soldoni il novanta per cento del guadagno di un anno è andato in fumo e con esso i progetti esistenziali legati al frutto del lavoro. Altri sono in ritardo di qualche mese e mai vedranno ciò che gli spetta. A tutti era stato chiesto di iniziare la nuova stagione. Lo abbiamo fatto senza battere ciglio. Da oggi, se per caso qualche editore improvvisato- e per fare l’editore oggi bisogna essere o pazzi o dei cretini o avere strani disegni economici in testa mettiamo per coprire altro-dovesse farsi vivo sarà pregato di accomodarsi in toilette in men che non si dica. Chi mi vuole mi paga. Si astengano i banditi e i truffatori.

° Quando mi dicono che sono credibile mi girano le palle in automatico. Quando mi dicono che sono stimato lancio fiammate dalle labbra. Quando mi dicono che faccio un bel lavoro strabuzzo gli occhi. Se stessero zitti li apprezzerei di più.

°Redditometro: le polemiche sull’introduzione del redditometro nelle nostre esistenze stanno sorgendo a grappoli. Botta e risposta, bla bla di qui, bla bla di là. Ho letto e apprezzato Ostellino, ho letto e non approvato Befera, ho letto il commento di Bragantini che beato lui guadagna da dipendente 500mila euro annui(e me ne frego per me può prenderne anche dieci milioni) e non ho approvato nemmeno questo. Perché il punto non è quello di controllare. Il punto è quello di vessare, il che è sottilmente diverso. Un uomo normale, con una vita normale, non può sentirsi parte di uno Stato che lo riduce a una particella infinitesimale di una statistica Istat. Un uomo normale non può immaginare che dal 2009 (non so nemmeno cosa ho fatto allora) debba dimostrare i perché e i per come ha comprato un gatto, un’auto, una casa, un paio di slip per sé, un panino in più di quanto dicono le tabelle e via dicendo. Il problema del redditometro è mostruoso, altro che Stasi ( i regimi notoriamente offrono almeno uno stipendio fisso minimo a chiunque, da noi no). E’come se lo stato, sempre con la esse minuscola, venisse a domandarmi i motivi per i quali vivo. E a sindacare i perché e i per come io gestisca la MIA vita in un certo modo. Quindi continuerò a indebitarmi per pagare le MIE passioni, per SPENDERE dove voglio e come voglio, per RISPARMIARE o SCIALACQUARE e per VERSARE allo stato quanto io devo allo stato secondo le leggi. Come fanno tutti i cittadini, come ho sempre fatto sia quando guadagnavo molto sia da quando guadagno poco o nulla. La vita, cari burocrati, vale molto più di qualsiasi  tabella cervellotica e perversa, perché solo menti con la sindrome del Moloch possono immaginarle, sperando addirittura che funzionino. Uno Stato, questo con la esse maiuscola, dovrebbe solo vergognarsi di essere arrivato a questi livelli di bassezza e di dispotismo psicologico. E chiedere scusa. A chi lo mantiene.

° Ordini professionali: tra le tante proposte della politica mai applicate per resistenze, mancanza di volontà, corporazioni e storie varie, c’è stata quella di eliminare o ristrutturare gli ordini professionali. Essendo un giornalista, avendo sostenuto un esame di Stato per diventarlo,quando non esistevano altre scorciatoie che essere assunto praticante dopo decenni di abusivato, faccio parte di una corporazione. Non ne sono fiero né me ne vergogno. Faccio o cerco di svolgere semplicemente il mio mestiere:quello di informare. Non ho interesse a vedere scomparire l’Ordine al quale sono iscritto.Però mi chiedo i motivi per i quali l’andazzo della <<mia>>corporazione abbia preso una china pericolosa. Quella dell’assoluta mancanza di tutela rivolta a chi svolge la libera professione da <<professionista>>. Forse non tutti sanno che in Italia in molti dicono di essere giornalisti senza esserlo. Giornalista è un professionista che ha sostenuto un regolare esame di Stato e che in virtù di questo può svolgere la propria attività ma non può farne altre. Se, per esempio, io mi mettessi a promuovere una televendita o dei prodotti pubblicitari sarei passibile di denuncia e di reprimenda se non, in extrema ratio, di espulsione dall’Ordine stesso a meno che non provi che quella pubblicità non sia stata promossa a titolo gratuito o per esigenze umanitarie e storie varie. Ma nell’Ordine dei giornalisti italiano convivono altre anime: esiste infatti una figura definita pubblicista. Sono coloro i quali, pur non avendo sostenuto alcun esame di Stato e lavorato nelle redazioni, possono firmare articoli, apparire, svolgere informazioni dall’alto delle loro competenze specifiche. Un professore universitario, per esempio, che scriva con una certa assiduità su un giornale può avere a pieno titolo il tesserino da giornalista pubblicista. Ma,con la crisi impellente, a queste figure diciamo <<specialistiche>>, spesso valori aggiunti alla qualità complessiva della struttura, se ne sono affiancate altre che definirei <<sbandate>>:sono i giovani che cercano di entrare, sono persone che si piccano di competenze e che sempre di più vengono sfruttate dai media per svolgere le stesse funzioni che dovrei svolgere io come gli altri miei colleghi. Con una differenza:che molti di questi pur di apparire lavorano anche a titolo gratuito o sotto pagati, tanto uno stipendio lo ricevono dai loro mestieri. Capita quindi che troppo spesso-nel mio settore meglio non parlarne-a svolgere la mia professione sia una pletora di persone che con il giornalismo c’entra come cavoli a merenda. Eppure anche a questi viene data l’opportunità di essere pubblicisti. E sapete cosa sta accadendo? L’inversione dei ruoli. Io, giornalista professionista, non lavoro e trovo sempre più spesso altri che invece svolgono il mio mestiere. Raccolgono pubblicità, fanno televendite, curano uffici stampa improvvisati, conducono trasmissioni, girano. Possono spesso farlo anche gratis, tanto uno stipendio proveniente dal loro lavoro autentico lo percepiscono. Se poi si parla dei siti internet il fiorire di questi personaggi è rigoglioso come la foresta amazzonica prima degli scempi antiambientalisti. C’è il fatto che in questo periodo io-se mi passate il termine-sia incazzato nero. Mi trovo nella stessa situazione di un medico che non opera perché il ragioniere dell’ospedale,scoprendo di avere capacità incredibili, lo ha sostituito. E’assurdo ma in Italia le cose stanno così. Certo gli editori, soprattutto quelli del settore dell’emittenza, hanno le loro brave responsabilità:non fai a tempo a entrare nei loro uffici che ti domandano quanti soldi sei in grado di portare per realizzare una trasmissione. Tu gli rispondi che fai il giornalista, vivi solo di quello. Assicuri qualità, competenza, perché hai studiato per diventarlo. Se avessi voluto immaginare un mio futuro come procacciatore di pubblicità mi sarei impegnato da giovane per svolgere quella professione e non la mia. In genere ti rispondono che lavorano a costo zero e che semmai si possono spartire i ricavi pubblicitari. E tu di rimando li guardi e chiedi i motivi per i quali pensano di speculare in questo modo. La risposta è sempre la stessa:il tizio mi fa il lavoro gratis. Certo, dico io, è uno che fa un altro mestiere nella vita, non il mio. Guadagna con il suo lavoro da medico, impiegato, telefonista, barista, avvocato e via dicendo. Invece io no. Guadagno solo se mi fai lavorare e paghi le mie prestazioni. E se permetti, pseudoeditore, ho la competenza e la capacità., non fosse altro per un curriculum sufficiente per essere credibile. Ora un Ordine che si rispetti dovrebbe eliminare queste storture. Invece nulla, anzi: le tutele diminuiscono, i professionisti senza la protezione di una dipendenza e di uno stipendio fisso affogano, la qualità complessiva dell’informazione crolla e l’anarchia impera. Ci sarebbe poi da parlare delle scuole di giornalismo che hanno procurato degli effetti devastanti in tutti i settori. Ma lascio stare, annotando che non ho più una vita normale e che ho deciso:dal 2013 non lavorerò, non presenzierò a nulla, se non sarò pagato e se non riceverò offerte serie, ovvero un equo compenso pagato in tempi giusti. Perché come milioni di partite Iva italiane, vessate ben più di qualsiasi dipendente, mi sono stancato di fatturare cifre che mai riceverò e soprattutto di versare a questo stato in anticipo tasse su guadagni non incassati,come accaduto a tutto il 2012. Chiedendomi sempre i motivi per i quali un Ordine che si rispetti se ne freghi di queste situazioni e dia libero spazio a chi c’entra nulla con il mio mestiere, a molti che non hanno nemmeno in testa cosa sia una gerarchia delle notizie. Se si vogliono aprire le gabbie lo si faccia definitivamente. Altrimenti stop. Il giornalismo ai giornalisti.

°Non vorrei essere accusato di <<blasfemia>> mediatica nel paragonare la morte di Marco Simoncelli, promettente pilota della Moto Gp, alla caduta di Silvio Berlusconi e del suo governo. Ma da come stampa e media e di conseguenza gente hanno trattato i due eventi c’è davvero da farsi venire i brividi. La scomparsa di Simoncelli è diventata nel breve volgere di poche ore l’evento principale sul quale chiunque ha espresso la propria opinione. I talk show l’hanno cavalcata per una settimana, dirette sono state organizzate per il suo funerale. I giorni che avrebbero dovuto essere di lutto silenzioso si sono trasformati in uno show indecoroso approvato dai direttori di rete nel nome del più bieco e cinico omaggio all’audience, facendo perdere a quell’evento drammatico il suo aspetto più intimo e prezioso, lasciando per strada quella dignità, quel decoro che di fronte alla morte dovrebbe essere appannaggio di chiunque. Ma questo, mi hanno detto, è quello che vuole la gente. E allora io non sono la gente e capisco tante cose di me stesso. Due settimane più tardi la folla acefala ha preso a pernacchie Silvio Berlusconi, solfeggiando i soliti slogan da cerebrolesi, le tradizionali menate da fine dittatura (non mi sembra che in Italia si sia mai privato qualcuno della parola e del pensiero ). Quello che più mi ha colpito nella volgarissima gazzarra romana è stata la composizione della gente: più che una degenerante protesta mi sembrava un’accozzaglia di persone che avessero nulla da fare nella serata e che per inventarsi qualcosa di differente dalle solite cose fossero arrivate dalle parti di Palazzo Grazioli per il gusto di dileggiare uno sconfitto o presunto tale, sport nel quale gli italiani sono tra i primi al mondo così come primi nel genuflettersi appena trovano qualcuno che li possa raccomandare o sistemare da qualche parte, lavorando il meno possibile. Non amo la piazza, non amo le adunate né silenziose né caciarone. Detesto il pensiero volgare. Soprattutto la mancanza di pensiero. E mi preoccupo ponendomi la domanda più banale che possa frullarmi nel cervello:è questa l’Italia? Temo di sì. Dall’assenza di gusto e del rispetto di una morte sulla quale in molti hanno marciato(quanti colleghi si sono dati al loro sport preferito, ovvero il bla bla bla)  alla ridicola gazzarra romana il passo è stato breve. Il rispetto è ciò che determina la vita e di conseguenza la società. Simoncelli è stato trasformato in eroe non perché fosse giudicato tale ma solo perché ha fatto comodo a qualcuno. Berlusconi, al quale si può rimproverare in politica qualsiasi cosa fuorché non ci abbia provato pur con i suoi profondi errori, le cadute di gusto, il limite di circondarsi di <<yesman>> e non di interlocutori, ha ricevuto l’umiliazione finale come quei re decaduti messi alla gogna per far gioire le piazze. Non so se c’è molto da gioire o da esserne orgogliosi. A me sembra proprio il contrario. Da vergognarsi piuttosto.

° Reduce da un aperitivo nel quale la stupidità ha superato la leggerezza, quindi del tutto inutile, mi sono attaccato alla chat di fb dove accade spesso di parlare con gente molto più giovane di me. Sono curioso e con i giovani ho un rapporto molto stretto, forse perché la mia testa non è mai invecchiata del tutto. Un ragazzino alla soglia della maturità mi spiega che il suo sogno è quello di diventare un progettista di Formula 1. Gli spiego due o tre cose e lui mi domanda a bruciapelo in quanto tempo riuscirebbe a guadagnare 10.000 euro al mese. Un po’stupito mi rendo conto che non ha una visione appropriata di quello che sarà la vita e citando esempi di persone che conosco, impiegate in quell’ambito, gli snocciolo le cifre che prendono gli ingegneri alle prime armi: 1300-1400 euro al mese se va bene, il che non è nemmeno male rapportato ad altre professioni. Noto da come scrive che non ci crede, che a lui queste cose non risultano. E’convinto, un’ innocente convinzione sia chiaro, che nel mondo del lavoro italiano girino cifre importanti e che attorno ai trentanni si possa raggranellare denaro sufficiente per permettersi di acquistare una Ferrari. Così sono tornato ai futili discorsi dell’aperitivo e ho meditato sulle parole di una persona la quale è convinta che il mondo sia cambiato per colpa di Berlusconi, il che è un refrain di un’idiozia tale da non meritare alcun commento e lo dico da un pulpito, il mio, a volte poco tenero con il premier e con certe sue demagogiche manìe. Il guaio sta nell’educazione che si offre ai figli, che non vuole dire solo essere rispettosi, educati, gentili o ascoltare chi ha qualche anno in più. Significa preparare i figli per il futuro, spiegare la lotta quotidiana per la sopravvivenza, dimostrare con cifre alla mano che vivendo di una professione oggi come oggi a volte non si arriva nemmeno al dieci del mese e che realizzare un guadagno è fatica. Mio padre, che certo non era povero, mi ha educato al rispetto del denaro, mi ha fatto capire già da piccolo che gli allora milioni di lire erano appannaggio di pochi e che per portarli a casa bisognava dimostrare il proprio valore ed essere umili. Capisco i giovani laureati e il loro senso di sgomento di fronte alla miseria delle proposte italiane. Io sono esattamente come loro con molti anni in più e sono anche molto più arrabbiato di loro perché ho la presunzione di avere dimostrato qualcosa nella mia professione, di non essere l’ultimo dei paria. Eppure non ho un lavoro regolare retribuito e faccio i salti mortali per andare avanti. Mi accontento di cifre per le quali dieci anni fa non avrei mosso nemmeno un dito, cifre inferiori a quelle che guadagnavo quando avevo trentanni ed ero giustamente nessuno. Vedere questi giovani che credono ancora nelle favole mi fa tristezza. Per loro e per chi non ha saputo mostrargli la vita, figli di una generazione che ancora pensa ai posti fichi, al locale giusto, alle sciocchezze al mito del consumo non come uso ma come unico bene da inseguire. Se questo è il nostro futuro….auguri, siamo fritti prima ancora di partire. 

° Il gran trambusto che si sta facendo sull’inchiesta di Trani è come sempre una caratteristica tutta Italiana. Sembra che alcuni, magistrati compresi, si siano svegliati una mattina per scoprire la cosiddetta acqua calda.  Ovvero l’esistenza di pressioni politiche da parte del premier nei confronti di giornalisti e trasmissioni a lui evidentemente non graditi. Perché i potenti di ogni età, cultura, settore che cosa fanno? Li indaghiamo tutti? Che Berlusconi ogni tanto abbia ragione a lamentarsi non ci piove: c’è tutta una sorta di nomenclatura dell’informazione, frutto di gruppi di potere contrari a quello del presidente del Consiglio, che ci marcia e ci ha marciato. L’errore di Berlusconi, semmai, è il suo limite più profondo: quello di preferire gli <<yes man>> a coloro i quali invece potrebbero offrirgli un contradditorio, un confronto, instillargli qualche dubbio. Un premier deve essere consigliato, cosa che mi pare nel Pdl non accada troppo spesso, a meno che l’egocentrismo del presidente del consiglio sia così eccessivo da impedire qualsiasi forma di riflessione soprattutto sulle esternazioni e sui comportamenti che tiene con il risultato che spessissimo pur essendo dalla parte della ragione figura come seduto nell’esatta sponda opposta. Questa è la colpa maggiore di Berlusconi politico, ovvero il non essere propriamente un politico di professione.Quanto al resto l’inchiesta di Trani mi fa sorridere. Sono un giornalista professionista e sono stato direttore. In qualsiasi settore della vita italiana le pressioni ci sono e ci saranno, finché coloro i quali detengono il potere economico, politico, sociale non cambieranno atteggiamento e allo stesso tempo i giornalisti saranno disposti sempre a dire sì. Ho pubblicato copertine non gradite, titoli non amati, ho spesso espresso il mio pensiero in merito a cose del tutto futili- lo sport in fin dei conti resta un gioco- attirandomi le ire di parecchia gente…potente, in quel settore. A volte mi sono piegato, altre no. Alcuni di loro mi hanno anche messo i bastoni tra le ruote per cui non sono stupito per Santoro, Floris o per lo stesso Minzolini, che fanno il loro mestiere da differenti posizioni ma con identica professionalità. L’importante è proseguire a ragionare con la propria testa, sapendo che la perdita del posto di lavoro o l’esclusione da qualsiasi possibilità di lavorare è un’ipotesi molto percorribile per i giornalisti nel malcostume italiano.  Ma non perché c’è Berlusconi. Provate a immaginare una situazione rovesciata. Accadrebbe lo stesso. Il vero fatto è che continuando a ingaggiare <<yes man>> ovunque, dagli uffici, alle aziende, fino ai corridoi della politica l’Italia non cresce, persino la sua coscienza critica è frutto di calcolo e di interesse e quindi il cosiddetto <<contropotere>> si esplica in definitiva in un formidabile strumento per creare un altro potere, con le stesse, identiche modalità del primo. Una magnifica finzione, il sublime della recita, nella quale alla fine si ritrovano nelle rispettive parti gli uni e gli altri. E chi non c’è…non c’è e sono cavolacci suoi.

°  Quando nevica spesso ci sono passaggi obbligati, in due non si riesce proprio a camminare, figurarsi se ti ritrovi di fronte una serie di quattro persone, una in fila all’altra che stanno varcando lo stesso tuo sentiero. Così, pur avendo una sorta di precedenza-sono già avanzato di qualche metro e loro dovrebbero attendere- torno sui miei passi e mi fermo. Con difficoltà, aiutandosi con il mulinare di braccia per restare in piedi, sfila il primo del gruppo. Un signore in grugnito che manco mi guarda. Più dinamica una signora con scarponcini alla moda. Anche lei non dice nulla. Il terzo parla al telefonino, ride con chissà chi e pure lui non mi degna nemmeno di uno sguardo.  La quarta è una ragazza: indossa un giaccone grigio, in testa una cuffia verde le ricopre i capelli biondi. Porta uno zainetto dove probabilmente vengono custoditi libri di testo. Di ceeto è una studentessa universitaria. Ha anche occhi azzurri intensi. Cammina sicura, quando mi passa a fianco, si esibisce con un largo sorriso. Mi dice <<Grazie>>, con una erre arrotondata . <<Prego>> le rispondo e mi incammino barcollando con la pila dei quotidiani  e sorridendo anch’io. Era tedesca, l’unica non italiana del gruppetto di pedoni all’ora di colazione nel centro di Bologna. L’unica persona educata.  E’una sciocchezza ma indicativa di ciò che siamo e che spiega molto più dell’Italia di mille  elucubrazioni sociologiche.

° Non so se ci avete fatto caso:in ogni inchiesta giudiziaria che riguarda la nomenclatura spunta sempre qualche favore di natura sessuale. Prostitute d’alto bordo in quel di Bari, escort da altre parti, un presunto giro di gay nella storia degli appalti e via dicendo. Per il momento a star fuori da queste <<pruderie>> mediatiche sono le inchieste sull’evasione, sempre presunta, di Fastweb and C. Insomma mi sembra che siamo messi molto bene: l’equazione sesso-potere non ha mai funzionato come in questi mesi. Il tutto, è chiaro, è riservato appunto a chi ha il potere, non credo che i cassa integrati o i disoccupati abbiano ricevuto favori del genere quando lavoravano. Ma non è questo il punto. E’il progressivo, costante incedere dell’Italia verso un bacchettonismo di ritorno, attraverso il quale lo scambio sessuale viene da un lato condannato a prescindere, dall’altro acquista rilevanza da indagine penale come se fosse creato artificiosamente apposta per suscitare le pruderie del pubblico.  Persino nello sport i bacchettoni dell’ultima ora stanno colpendo a destra e a manca: si guardino i casi dei <<bestemmiatori>> nel calcio. Prima impuniti, poi ora mazziati e cornuti, condannati da delazioni da prova televisiva per la regola ne punisco uno per educarne cento. Sono molto preoccupato della deriva alla quale mi tocca assistere perché mi sembra che lo Stato voglia imporre ad ognuno la propria etica, il che fa a cazzotti con il concetto stesso dell’individuo. L’etica statale trova il proprio stesso limite nel sistema di norme comportamentali che stabilisce. Una volta che prevarica il senso di responsabilità dell’individuo, la sua autodeterminazione, compie un atto di una violenza inaudita. E’preoccupante alla pari delle schifezze alle quali ci tocca assistere, delle quali siamo costretti a leggere, dalle quali comunque comprendiamo meglio molte cose di una nazione che è cresciuta sì, ma molto male e ha un’incivilità nel proprio dna da far rabbrividire.

°C’è una bella inchiesta sul << Sette>> del Corsera sul traffico dei bimbi e delle ragazzine che dalla Romania arrivano in Italia. Sembra che una buona percentuale di questi vengano <<trattati>> dagli orfanotrofi e dalle carceri minorili. Portati in Italia sono poi spinti a mendicare, spacciare o prostituirsi. C’è solo una cosa che non funziona nell’articolo: quando si parla dei guadagni di una giovane prostituta, la quale viene privata di buona parte di essi, restando …solo con 3000 euro al mese. Forse chi ha scritto l’articolo è esperto di Romania, meno dell’Italia. Conosco un sacco di gente che non si prostituisce e che cerca il lavoro e che ha gli attributi quadrati e 3000 euro al mese se li sogna. A volte non arriva nemmeno a 500 euro al mese, lavorando pulito. Spesso paga le tasse pur senza avere ricevuto un euro perché è stato costretto a fatturare. Di sicuro è gente con titoli, professioni e anche molti meriti. Ma non facendo parte del <<sistema >> dei favori è stata messa in periferia. Se permettete mi fanno molto più pena questi di tutte le prostitute del mondo.

°Riprendiamo questi commentini dopo tanta assenza. Capperi è crollata, finalmente dico io, l’idea della Bologna felice e progressista, della Bologna intesa come modello di saggia rettitudine amministrativa. Un sindaco imposto alla città dalle alchimie di un movimento senza identità come il PD si è dimesso per una brutta storia privata della quale non mi interessa nulla. I vecchi saggi  recitano sempre che non bisogna mai umiliare una donna. Perché poi la vendetta, diretta o indiretta, è di quelle che lasciano il segno. Non è il privato dell’ex sindaco bolognese a preoccupare. E’ l’immagine della strafottenza amministrativa che è comune a molta burocrazia italiana, di entrambi i lati. Come se il politico, l’oscuro politico che vive nelle aule delle regioni o dei comuni, usasse la <<res publica>> con la dabbenaggine e la faciloneria che il buon padre di famiglia non potrebbe mai permettersi. Credo che la buccia di banana sulla quale è scivolato l’ex sindato sarà destinata ad scoperchiare quella che si chiama l’arroganza del potere locale. Sono curioso, da cittadino, di vedere come si evolveranno le inchieste della magistratura sui bancomat, sui loro intestatari. Dove porteranno, perché nessuno crede proprio che uno si dimetta per 400 eurini. Mica ci scapperà a Bologna una Tangentopoli 2, non voluta dalla sinistra, non pretesa dai giustizialisti? Crolla per l’Italia il modello Bologna che in realtà era precipitato da anni. Questa è una città strana, dove si gira ancora con il pugno chiuso, facendo l’occhiolino alla curia  e alle imprese, è il laboratorio autentico di un partito, il PD, che non sa ancora se bazzicare le messe domenicali o qualche picchetto di scioperanti, dove Marx, il crocifisso e i miliardari con le ville in collina, hanno creato una lunga rete  di alleanze intellettuali-economiche-clientelari che andavano bene a tutti, scordandosi che Bologna è priva di una sua identità internazionale pur avendo tutto per essere globale, dimenticandosi che Bologna non sa promuoversi, che è chiusa in se stessa, che si specchia ormai su vetri rotti, che Bologna è la peggiore nemica di se stessa. Perché ai bolognesi tipici- io non lo sono, vi vivo ma mi sento ben diverso- tutto ciò che viene imposto da queste alleanze sta bene, lo si subisce, c’è sempre o ci sarà sempre una convenienza privata e individuale a rispettare gli ordini, a mettere una croce sul nome, spesso non bolognese, che chi muove i fili impone. Da non elettore del sindaco dimesso, come del precedente, da uomo non schierato  da diffidente della purezza dei bacia pile o degli esempi di integrità, chiedo solo una cosa: un sindaco con le spalle dritte un amministratore retto, autentico, appassionato che faccia di Bologna la propria ragione di vita. Per migliorarla, per riportarla dove dovrebbe stare. Perché fino ad oggi Bologna è stata come i suoi portici abbrustoliti, come i suoi marciapiedi zozzi e malandati, come il selciato delle sue strade: una città che rifiuta vita nuova.(martedi 26 gennaio 2010)

>°Da oggi anch’io ho la PEC. Ho perduto due ore e mezza per capire con chi farla, come farla, per ritrovare le password, i codici di sicurezza, per pagare alcune decine di euri- l’ordine dei giornalisti non sgancia nemmeno un cent- ma alla fine ne valeva la pena. Ho la PEC. Stasera le ragazze dell’aperitivo ammiccheranno: diranno <<guarda che fico, ha la PEC>>, mi offriranno una caipirosca, insomma faranno le graziose e non le preziose. Ma quando tornerò a casa rifletterò sugli 800 milioni della banda larga ancora da sbloccare, sulla mancanza di informatizzazione di molti uffici pubblici, tribunali compresi, di molti professionisti che ancora non sanno usare un computer, di tutte le grandi e piccole contraddizioni italiane. Chiuderò gli occhi avendo un incubo: un tetto sospeso nel vuoto, sopra il quale campeggia la scritta a caratteri cubitali Posta Elettronica Certificata, chiedendomi se non era il caso di costruire prima le fondamenta. In ogni caso bevete più latte. Il latte fa bene. Ha la PEC. Come me.(24 novembre 2009)

°<<…per cancellare i flop, per tirare fino a mezzanotte un appuntamento di prima serata ha cominciato a infischiarsene degli orari palesando mancanza di rispetto nei confronti dello spettatore, un vecchio vizio di una dirigenza abituata a operare in regime di monopolio ( o duopolio), a ignorare le proteste degli utenti, a non dover mai rendere conto a nessuno (Aldo Grasso da << Addio alla televisione del palinsesto >>, Corsera del 9 novembre 2009)Quanta ragione ha Grasso! La tv generalista per cercare di controbattere l’offerta di pay tv, dei programmi specialistici, dei canali tematici, ha intrapreso la strada del disinteresse delle abitudini dei telespettatori. A soffrirne sono chiaramente le fasce più anziane della popolazione, quelle che si trovano a mal partito con il satellite e persino con il suo telecomando perché l’offerta è eccessiva e spesso non di elevatissima qualità. Insomma anche sul fronte Sky e digitale c’è da scremare e anche parecchio. Il palinsesto, ovvero l’impaginazione giornaliera e settimanale di un canale televisivo, è uno degli impegni più difficili per chi lavora nel settore. L’avvento del satellite ha rivoluzionato il modo stesso di comporlo: da una impaginazione verticale si è passati a un’altra orizzontale, con i canali tematici che non hanno bisogno di offrire cose una diversa dall’altra nell’arco delle 24 ore ma di posizionare i prodotti <<forti>> e poi farli ruotare di modo da riproporli più o meno ad ogni orario della settimana. Accadeva così dove lavoravo anche per convenienza economica, con il risultato che spesso accendendo il televisore si ritrovava la stessa trasmissione vista il giorno prima. Grasso poi si spinge oltre nella sua analisi, abbracciando le potenzialità di internet che ormai è diventato, soprattutto per i più giovani e per coloro i quali con il pc lavorano, una fonte inesauribile di programmi da scaricare, video da vedere e via dicendo. Insomma siamo in piena rivoluzione, destinata con l’avvento del digitale tout court, a ulteriori ribaltamenti di status quo. La tv generalista stenta ad adeguarsi e quasi sempre oltre a creare palinsesti <<demenziali e scorretti>> li riempie spesso di programmi di nessuna valenza qualitativa. Ripeto non che sulla pay tv la situazione sia migliore (manca per esempio su Sky anche nello sport il succo dell’informazione che è l’approfondimento e con la messa in onda degli eventi non si va poi troppo lontano) ma è venuto il momento che la tv generalista si dia una bella mossa, permettendo attraverso offerte di qualità (perché uno deve vedere <<Shadow>> di Cassavetes alle 3 del mattino per esempio?) ad ognuno di scegliere il programma che preferisce, mediante una banca dati di facile e semplice accessibilità.

°<< Infatti la Corte dei diritti dell’uomo è un’istituzione del Consiglio d’Europa (47 membri tra cui la Turchia) e non dell’Unione. E opera in base alla Convenzione europea per i diritti dell’uomo, e non a una legislazione dell’UE che in materia non esiste. Nè fa dunque giurisprudenza>> (da un’illuminante e esaustivo articolo de << Il Foglio>> 4 novembre 2009)<<…i cristiani sono e restano la gran parte, soprattutto in Italia, e la maggioranza non può essere orientata dalla minoranza>> (Il cardinale Walter Kasper sulla sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Dal Corriere della Sera). << Ho fatto una battaglia civile. Se io a casa insegno ai miei figli che l’uomo è figlio dell’evoluzione e poi a scuola un professore sostiene invece che siamo tutti i figli di Dio, quel crocifisso che sta alle sue spalle gli conferisce una autorità superiore alla mia. Un’ingiustizia.>>( dalla dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera da Massimo Albertin, marito della ricorrente alla Corte per l’eliminazione dei crocifissi dalle scuole)La cecità sociale di una sentenza. Innanzitutto dimentica che esiste un patto tra Stato italiano e Chiesa in materia; in secondo luogo va contro un normale principio di valori e di simboli che, dispiace per i giudici, sono della maggioranza, proprio come sostiene il cardinale Kasper al Corsera. Non è una questione di religione, di laicismo, è una questione anche di buon senso, di quella parola della quale ormai si fa carta straccia non solo con le parole ma anche con i fatti: valori. Da laico dico che il crocifisso è il simbolo di chiunque, rappresenta lotta, sofferenza, amore e sacrificio, i valori ai quali ogni umano di qualsiasi fede o non fede è educato. Sette burocrati più una famiglia ideologizzata non potranno mai cambiare né il corso della storia né ciò che l’uomo porta dentro sé fin dalla nascita. (4 novembre 2009)

°<<<<Convincere la cultura costituzionalista del Paese che la democrazia richiede governi istituzionalmente forti è un lavoraccio;troppi costituzionalisti pensano ancora il contrario. Ma è un lavoraccio necessario se si vuole arrivare a risultati>> (dal fondo di Angelo Panebianco del Corriere della Sera, 3 novembre 2009)Non ho mai amato i miei studi giurisprudenziali. Ma il diritto costituzionale mi piaceva, era l’unico, assieme alla procedura penale, che mi divertiva e mi teneva concentrato. Ricordo che i miei professori continuavano a ripetere che la Costituzione non si può modificare se non nelle sedi e nei termini previsti da essa stessa. Altrimenti si sarebbe creato un procedimento << rivoluzionario >>, di sovvertimento. Ecco, siamo nel 2009 ma i costituzionalisti, come saggiamente afferma il professor Panebianco, non hanno modificato, se non in sparuti casi, nemmeno una virgola mentale di quel processo. Restano arroccati sulle loro posizioni con un attegiamento antistorico e antimoderno. Per carità è il loro mestiere ma una maggiore elasticità sarebbe auspicabile. Lo sanno tutti, da sinistra a destra, che nulla potrà cambiare da queste parti finché si continuerà a mantenere in vigore e non modificarli, cambiarli o addirittura crearne di nuovi, alcuni articoli della nostra costituzione. Ci si riuscirà entro il 2100?( 3 novembre  2009)

°<< Il mistero della sua poesia- che superava i limiti della malattia dello stereotipo della malattia, della povertà e dello stereotipo della povertà, dell’arte e dello stereotipo dell’arte; della mistica e dello stereotipo della mistica- sta tutto nel fatto che la sua persona e la sua parola miracolosamente coincidevano. In un aspetto di non volontarietà, di pura grazia >>( dal ricordo che << Il Foglio >> tributa a Alda Merini in prima pagina, 3 novembre 2009)Nessuna rivisitazione critica, nessuna parolona, un semplice elezeviro per descrivere la poetessa e perché piacesse tanto sia sulla pagina sia in televisione. Il Foglio, da sempre controcorrente e spesso il più arguto tra i quotidiani italiani, in questo articolo non firmato ci dice una cosa della quale sono sempre stato convinto: che l’arte si fa, si mostra e si vive e non si dice. Proprio come faceva la Merini. Chi si definisce artista, creativo o palle varie, in genere è uno che riempe il proprio nulla con il nulla di un termine. (3 novembre 2009)

°<< La cultura è un qualcosa da cui la destra è sempre rifuggita. O meglio c’è più gente di sinistra che la apprezza, non so perché ma è così. Forse è la cultura stessa che sposta la gente a sinistra >> (da un’intervista a Natalia Aspesi apparsa sul numero 75 del trimestrale dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna)Quando leggo o ascolto queste cose non mi addoloro, trasecolo. E’da cinquantaquattro anni che ascolto il refrain. Grazie a queste menate l’Italia è stata divisa in buoni e in cattivi, in perenne alternanza s’intende, in intelligenti e cretini, in zoticoni e in intellettuali. Senza contare che si è creata una vera e propria nomenclatura che a priori ha segato gente di cultura, artisti importanti, solo per il fatto che non si trovavano dalla stessa parte o nelle sedi di partito e nelle redazioni dove sembra che l’uccello culturale svolazzi in continuazione. I primi esempi che mi vengono in mente: per anni si è contestato e censurato Celine (mica piripicchio, forse il narratore più importante del XX secolo), giudicati perversi e perniciosi i futuristi , per anni Clint Eastwood è stato considerato un reazionario e, sinistra di pessima memoria, Montanelli un fascista, almeno si diceva così quando ero giovane e non per niente i compagni che sbagliavano gli hanno sparato. Insomma siamo nel 2009 e non cambia proprio nulla. Siamo sempre a un punto di partenza che fatalmente è anche di arrivo. E da qui non ci schiodiamo. Intanto il tempo passa, scorre, va avanti, il muro è caduto, la sinistra non c’è più, la destra nemmeno, ma chi fa cultura, chi parla di cultura, chi legge, chi si informa, chi ha sensibilità è solo di sinistra. Oggi mi sento un analfabeta disappartenente. (28 ottobre 2009)

°<< Non il reality ma la realtà ci spinge a credere di vivere nel mito della trasparenza, dentro una casa di vetro:tanto, con la tecnologia, è inutile chiudere le porte >>(analisi di Aldo Grasso su realtà e GF del 27 ottobre 2009 dal Corriere della Sera)Ha ragione, come quasi sempre gli accade, il professor Grasso. Privato e pubblico ormai non hanno alcuna distinzione. Ad ognuno di noi è offerta la possibilità di essere pubblici: un blog è uno dei questi modi, FB pure, i social network anche. Se ci riflettiamo si potrebbe persino dire che viviamo il privato per ricercare il nostro pubblico. Offriamo l’intimità alla moltitudine per mille motivi: narcisismo, frustrazione, persino solipsismo. Se privato e pubblico coincidono il villaggio è globale. Cosa viene a mancare, quindi? La libertà. L’uomo tecnologico, suo malgrado, subisce la tecnologia e ne sfrutta l’inganno. Illudendosi sulla libertà, perché il mezzo gli consente di esprimersi, s’incatena con le proprie parole, con le proprie riflessioni, con le proprie azioni. Il mezzo non si limita a osservarlo come una moderna divinità ma lo mostra. Mi torna in mente un’altra frase di Giovanni Lindo Ferretti: << la libertà è una forma di disciplina >>. Ecco ai nostri tempi siamo tutti indisciplinati, tutti in catene. Il fantasma della libertà. (27 ottobre 2009)

°<< Aumentare l’età pensionabile >>Lo dicono tutti, lo scrivono tutti, lo vogliono tutti. Economisti, politici, persino le veline. Anche io che lavorando pochissimo in questi anni chissà mai perché-devo stare sulle palle a un sacco di gente- spero in una ripresa quando avrò più o meno tra i 70 e i 90 anni. Poi però uno guarda allo stato dell’editoria e vede un sacco di gente che è attorno alla mezza età e che viene invitata un po’ brutalmente- con quella classe tutta loro che hanno gli uffici del personale- a farsi da parte. << Pensione anticipata >> dicono, ti offrono persino bonus, mettiamo ci scappa anche un cioccolatino Perugina con una frasetta di Moccia, tanto per farti sentire vicino all’elevato livello culturale italiano. L’importante è levarsi dagli zebedei, giacchè i giornali e le tv prima o poi li faranno i ragionieri, le telefoniste o il ragazzo che viene a riempire il dispensatore di caffé, ammesso e non concesso che non sia già così. E allora uno chiede al politico di turno, all’economista, allo studioso se per caso hanno davvero il contatto reale con la gente e con quello che succede nel paese, oltre le bipartisan alcove romane. Ci penso un attimo, la pensione può attendere (27 ottobre 2009)

°Ci ho pensato un attimo: la riposta è no (27 ottobre 2009)
°<< Visioni pensionistiche >>Domenica stavo andando verso l’autostrada. Ho intrapreso un tragitto diverso e all’improvviso -non lo sapevo lo giuro- sono arrivato dalle parti di una sede del Pd bolognese che ho riconosciuto immediatamente. Sapete perché? Ad attendere pazientemente il loro turno per votare alle primarie e per la segreteria regionale c’erano frotte, direi fiumi di pensionati, di gente dall’apparente età tra i 70 ed oltre. Tutti in fila, allegri ma compìti. Felici e contenti di poter sentirsi sovrani per un giorno. Le statistiche dicono che siano stati in 2.500.000 a votare in Italia per l’ex comunista Bersani, l’ex democristiano Franceschini e per l’indecifrabile Marino, detto anche il vento nuovo. Considerando che i pensionati in Italia sono 15.000.000 (74 ogni 100 occupati dicono le statistiche ) ho fatto due conti prima di dissolvermi ad acceleratore premuto, scoprendo che a Bologna la percentuale dei pensionati votanti il Pd è ben maggiore. O forse nel Pd hanno già applicato l’aumento dell’età pensionabile anche per i votanti. Lungimiranti (27 ottobre 2009)

°<< Quanti sono gli Invisibili professionisti che non riescono più a mettere assieme uno stipendio decente e sono costretti a pagare i costi di un welfare di cui non usufruiranno mai? Troppi per partecipare a un talk show >> ( Dario di Vico, fondo del Corriere della Sera del 21 ottobre 2009 a proposito della querelle posto fisso o no)Posto fisso o no? Se fossimo in un paese << normale >> sarebbe una questione del tutto superflua. Purtroppo, lo dico con convinzione e con amarezza, l’Italia di normale ho solo lo status quo: baronie universitarie, baronie giornalistiche, baronie ospedaliere, baronie sindacali, baronie politiche, baronie televisive, baronie sportive, baronie avvocatizie e notarili, baronie della magistratura, baronie degli artisti, degli scrittori, degli editori. Normali sono le lobbies. Normale è il menefreghismo. Normale è il non fare politica ma demonizzare l’uno o l’altro dei contendenti. Normale è fare del pessimo giornalismo da pettegolezzo e insulto, anormale riflettere con serenità sui problemi, e sono migliaia, di una Nazione che non funziona. Normale sarebbe per chi vuole aprire la propria vita a un minimo di rischio ma anche alla sperimentazione, all’invenzione, alla ricerca della migliore espressività del proprio talento individuale o collettivo, vivere al di fuori della sicurezza del posto fisso. Normale sarebbe investire sui giovani, normale sarebbe per far crescere i giovani non licenziare chi giovane non è più, normale sarebbe tutelare chi è bravo a discapito di chi non lo è, normale sarebbe, per chi svolge una libera professione, fatturare i proventi della propria attività ed essere pagati, non dico in tempo utile per evitare di andare in rosso con la banca, ma almeno essere remunerati. Invece tutto questo in Italia non è normale, non è consuetudine. E mentre tv, giornali ci propinano cose di cui non ci può fregare nulla, vedasi escort, calzini azzurri, gusti sessuali di questo o quello, chi ha il posto fisso e ha superato i cinquantanni anagrafici e fa il giornalista professionista (cito il mondo che conosco meglio) non dorme perché il proprio editore ha deciso di tagliare a prescindere dalle qualità e capacità( sempre per la regola meritocratica che domina in Italia sic), chi non ha il posto fisso ed è normalmente un professionista con curriculum importanti e può girare a testa alta perché è tutta farina del suo sacco ma ahinoi fuori dai giri delle <<normali>> baronie italiane emette fattura, versa l’Iva e inutili contributi per scoprire che non lo pagheranno mai perché nel frattempo chi ha goduto del suo lavoro e della sua professionalità ha deciso di bloccare i pagamenti con la scusa della crisi, del dimagrimento aziendale in atto, del mal di pancia di qualcuno o semplicemente perché considera usuale questo atteggiamento. e in effetti rappresenta una costante del mio lavoro come di lavori in altri settori. Così si paga senza essere pagati. Si lavora tanto per farlo, perché stando a casa forse si risparmierebbero almeno le spese. E’un piccolo frammento personale e ordinario di una nazione che di ordinario ha solo i propri difetti endemici, borbonici, clientelari. Ma secondo la politica mostrata i veri problemi sono le puttane da una parte e i calzini colorati dall’altra, dimenticando che molti italiani ora li hanno bucati e non ne possono davvero più. (21 ottobre 2009)

°<< Al maggio 2008 i raccomandati/imposti rappresentavano il 90 per cento della forza lavoro ” precaria ” dell’Ente. Insomma soltanto uno su dieci non risultava segnalato >> (dall’ordinanza del giudice in merito all’inchiesta sull’Arpac campano)E’acqua calda, lo sappiamo, e non è detto che le responsabilità siano degli attuali indagati perché, fino a prova contraria, esiste in legge il concetto di presunzione di innocenza fino all’emissione dei vari gradi della sentenza nel caso si finisca sotto processo. Però che si inizi a guardare nelle carte degli enti pubblici per risalire al filone delle raccomandazioni e delle imposizioni partitiche è un bene. E’su questo terreno che la magistratura deve muoversi se davvero si vuole cambiare questo paese. E’qui che la politica fatalmente ha perso la propria battaglia da sempre, perché è la politica che ha inquinato la vita sociale italiana, spezzando il sogno del merito, le capacità individuali, favorendo le clientele, costringendo anche gli altri settori privati e pubblici a fare altrettanto. In una nazione dove i raccomandati sono maggioritari rispetto a chi non lo è, dove i posti si decidono a seconda delle tessere di partito o degli intrallazzi lobbistici dei fin troppo numerosi salotti a cielo chiuso o aperto, c’è bisogno di dare una svolta. Culturale prima di tutto. Di clientela in molti vivono, a causa della clientela in molti muoiono. (22 ottobre 2009)

°<< …crescono di 500 l’ora e ieri sera gli iscritti alla bacheca in cui si incita all’omicidio di Silvio Berlusconi avevano superato i ventimila >> (dalle notizie in merito al caso Facebook- Berlusconi)Che il mondo sia pieno di imbecilli, non mi viene altro termine, è confermato andando in giro per Facebook, ameno strumento di socializzazione virtuale e non, che spesso e volentieri prende derive spiacevoli. Quella relativa al sito aperto dal titolo << Uccidiamo Berlusconi >> non è che una delle tante. E’gravissima, lo dico senza far parte di nessun schieramento, e fotografa molto bene la condizione <<mentale>> di una nazione che ormai non ha rispetto per nessuno. Si scherza, si gioca, si dicono cose con una faciloneria e superficialità imbarazzanti. Le parole perdono a poco a poco valore, il bianco di oggi si trasforma nel nero di domani, ci si rimangia tutto, non si ha memoria di ciò che si è detto o fatto. Facebook è una bella vetrina se usata bene. Ne sono utente da più di un anno e ho incontrato gente splendida con la quale condividere alcune passioni, cinema, musica, letteratura, o altra che avevo perduto lungo la strada ed ho avuto l’opportunità di ritrovare. Ma come tutto ciò che vive in rete è anche una tremenda testimonianza del non rispetto altrui che ormai sembra un leit motiv della quotidianità. << Uccidiamo Berlusconi >> è opera di cerebrolesi, nemmeno troppo spiritosi e chi si è iscritto è un degno loro compare. Ma al di là dell’episodio specifico fotografa la deriva che il mezzo, internet e i social network, stanno prendendo: un luogo di nulla nel quale ognuno può dire tutto e il contrario di tutto, senza alcuna regola, senza alcun rispetto, dove spesso l’insulto, la menzogna vengono elevate a verità assoluta. Mi diverto a volte a leggere i commenti che mi riguardano o quello che scrivono gli anonimi nei forum specialistici. Un giorno ho scoperto di avere alle spalle una storia del tutto diversa di quella che credevo di aver vissuto, un altro che praticavo gusti sessuali eterodossi, un altro ancora che avevo noleggiato un elicottero per lanciare volantini di insulti nei confronti di un collega. Ci ho riso sopra, scuotendo il capo con un sottile senso di amarezza per quelle povere menti forse invidiose, di sicuro malate e diseducate all’esistenza. Sono gli stessi che senza porsi problemi creano in bacheca slogan e gruppi per uccidere, sopprimere questo o quello, sia un presidente del consiglio come un attore, un giornalista piuttosto che uno scrittore o un personaggio da grande fratello. E’su questi limiti che partono dall’assenza di intelligenza e di buon gusto ma possono arrivare a ben altri pericoli che bisognerebbe una volta per tutte eseguire un controllo preventivo, dare delle norme internazionali. Chiuderli non basta, domani qualche altro cretino sarà capace di aprirne un altro. (23 ottobre 2009 )

2.000.000 :Fabio Fazio;1.700.000: Simona Ventura;1.400.000 milioni Antonella Clerici >>. A me dei guadagni degli altri non interessa alcunche. Queste sono comunque delle eccellenze, muovono ben più soldi in pubblicità di quanto ne guadagnino, innalzano l’asticella dell’audience. Sono solo contento per loro. A me basterebbe solo che pagassero le poche migliaia di euro che ho fatturato ad esempio a Profit Group (Odeon TV) per delle trasmissioni che ho condotto da marzo a giugno. O che altri mi saldassero quanto devono per le mie telecronache. Perchè prima o poi gli attributi girano anche a me e allora divento tutt’altro che piacevole. Quasi quasi apro un sito su FB dal titolo << Pagatemi >> scrivendo date, nomi, indirizzi, contratti non rispettati da parte degli editori e società televisive italane. Scommetto che diventerebbe il sito più popolare di Facebook. Almeno servirebbe ad avvertire gli incauti di rifiutarsi di lavorare per certa gente che con la crisi gioca sulla pelle altrui. (riflessione sugli ingaggi Rai del 23 ottobre 2009)

No Comments Yet.

Leave a Reply