We Are Champions: la solita piccola storia che diventa film di rara qualità

Storia di un film che potrebbe sembrare banale e invece non è, che è un film sportivo ed anche altro, che è giovanilistico con una trama probabilmente vista e rivista ma che ti inchioda per tutti i suoi 118′. We Are Champions del taiwanese Chang Jung-chi nella seconda giornata del Far East Film Festival 2020 sembrava messo apposta in cartellone per fare da << cuscinetto >> ad altre opere più strombazzate, tra tutte la semifallimentare Chasing Dream di Johnnie To-ne parlo nella pagina FEFF22 del blog- e passare quindi inosservata. Invece, usando un equo bilancino, è stata la migliore del sabato di questo festival versione streaming causa Covid-19. We Are Champions è un film completo, dove tutto ha un senso, un significato compiuto. Parla di fratelli, parla di basket, di lezioni esistenziali, del legame di sangue. Il tutto con una capacità di fare grande cinema pur nella sottigliezza di una trama che centinaia di film statunitensi e non solo hanno già calcato. We Are Champions è speciale , non va confuso con quelli fru fru e precofenzionati (trama fissa: liceo-squadra-ragazzina-abbandono-sconfitta-vittoria-tutti a casa felici e contenti) che girano in televisione nel pomeriggio. O forse è proprio un film come quelli ma elevato da un regista che per me è già grande. D’altronde la differenza tra chi è mestierante e chi è bravo sul serio non sta tanto nella storia che si propone ma da da come è raccontata, sviluppata, evoluta.

Chang Jung-chi parte dalla vera storia dei fratelli Kao, che serve solo da spunto, e soprattutto da un presupposto:ama il mondo del basket. Ha voglia di parlarne con un linguaggio moderno, agile e lontano da ogni superficialità o rischio di didascalia. Ma è anche specialista di storie di formazione e di diversità. Con il suo Touch of the Light-prodotto da Wong Kar-wai, non piripicchio-nel 2013 venne selezionato per rappresentare Taiwan agli Oscar per il film straniero, cosa che poi non si concretizzò. Là c’era un pianista cieco, qui un fratello sordo. È il maggiore dei due e ha già pagato il proprio tributo alla passione per il basket. Il più piccolo lo adora, assieme formano un connubio imbattibile nelle partitelle tra amici e nella vita, perché sono di fatto soli a causa del lavoro precario di un padre che per tirare avanti è costretto a emigrare da un cantiere edile a un altro. Chang, quindi, si muove da questi due punti fermi per imbastire un film, sport da una parte, fratelli dall’altra,che magicamente diventa un corpo solido, riconoscibile, ipnotizzante fin dalla prima inquadratura di una sigla che è anche incipit. Non c’è mai il rischio che la storia prenda una o l’altra direzione. Tutto è perfettamente controllato. Basket e esistenza si uniscono, si amalgamano: gli insuccessi individuali, le incomprensioni, le invidie, le divisioni diventano sacrificio, maturazione, riscatto. Lo spettatore segue con trasporto ciò che accade ai fratelli. La partita per la vita, per completare il percorso di crescita e la definizione conclusiva del legame di sangue coinciderà con una di basket, la più importante del campionato.

Il film è vincente su tutti i fronti. Il basket, lasciatevelo dire da uno che in genere non si straccia le vesti quando lo vede, non è mai stato ripreso da nessun altro al mondo in questo modo. Le sessioni di allenamento sembrano esercitazioni militari. Prendiamo una scena a caso: una intera rosa di squadra schierata per linee parallele all’interno di un grande palazzetto dello sport con gli atleti in stabile flessione, a far rimbalzare due palloni allo stesso ritmo per minuti e minuti. Chang la riprende dall’alto. Poi scende a inquadrare i protagonisti, i loro volti disfatti dallo sforzo, dalla concentrazione. E quando il regista passa sul terreno di gioco, la finale dei playoff soprattutto, obbliga lo spettatore a essere prigioniero dell’apnea di secondi interminabili, alla loro scansione che di quello sport rappresenta una delle norme fondamentali . We Are Champions ci conduce quindi in un territorio non scontato, dove Chang gioca con le differenze tra squadra ricca e squadra povera, rispettando gli aspetti psicologici dei protagonisti dell’una e dell’altra, dei rispettivi allenatori. Non c’è né buono né cattivo, non esiste il nemico ma l’avversario. Questa sarà la grande lezione che riceveranno dal loro basket esistenziale i due fratelli.

Eppure il film non è soltanto basket: la relazione di sangue permette a Chang Jung-chi una descrizione estetica del contrasto fraterno che sembra uscita, guarda caso, dai primi film di Wong Kar-wai Hong Kong Express e Fallen Angels in primis- con la desolazione del paesaggio urbano incombente ogni qual volta si ritrovano da soli. Le luci cambiano , all’improvviso diventano sempre più scure per contestualizzare una provvisorietà sociale destinata a essere tramandata da padre in figlio. L’autore evidenzia bene la psicologia dei due ragazzi : chi sembrava il più debole tra i due, il maggiore, è in realtà quello più caratterialmente preparato a gestire gli insuccessi esistenziali , ad accettarli e a trovare da questi la forza per reagire. Il più piccolo sente il peso di un tradimento compiuto forse necessario da cui però nascono l’insicurezza, l’incapacità di spiegare i motivi della propria scelta. Alla fine si è travolti da questa storia semplice e grande che mai scade nel feuilleton, perché Chang orchestra i personaggi di contorno per smorzarne i toni. Con ironia si inventa un’anziana preside liceale che gioca ai Pokemon, un cane che defeca ovunque, un amore che nasce, un padre che ritorna, nonne che muoiono e soprattutto un montaggio da favola. Adrenalitico, contemporaneo fin dalla sigla, una videoclip-altra specialità di casa Chang– funzionale a ciò che vedremo e che impone allo spettatore distratto l’immediata attenzione e a non uscire mai più dalla messa in scena, segno che il modello Wong Kar-wai è ben presente nel substrato culturale del regista. Bravissimi i due interpreti principali: Fandy Fan è il giovane emergente del cinema taiwanese, Berant Zhu rivaleggia con lui. In altre parole: è sempre la solita storia? Forse si. Ma di gran classe. Per questo non va perduta.

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