Profondo e struggente, Girl ci insegna come diventare etoile di noi stessi

giovedì, ottobre 4, 2018 0 No tags Permalink 4

NEL pluripremiato al Certain Regard di Cannes 2018 Girl del belga Lukas Dhont ci sono due momenti che da soli spiegano il film meglio di qualsiasi recensione. Il primo è nella parte centrale quando Lara rispondendo a una frase del padre specifica che << Non voglio diventare un esempio ma solo una ragazza >> e il secondo, poco prima della conclusione. Di fronte allo spettatore c’è un’immagine riflessa allo specchio: è come se fosse sdoppiata, confusa, dissolta da non permettere di percepire i lineamenti di quella figura.È Lara la ragazza che ha il corpo di un ragazzo che sta lottando con tutte le proprie forze per affermare se stessa. Per oltrepassare due stadi di passaggio: quello che la renderà definitivamente femmina dal punto di vista morfologico e il secondo, non meno importante, che le consentirà di attraversare il periodo dell’adolescenza traghettandola in quello della prima maturità. Questi due confini da superare spiegano, molto bene, il valore e il significato di un film che avrebbe potuto destare qualche sospetto di pruderia morbosa ma che invece è solo e semplicemente una delle opere che vale la pena di conservare nella cineteca di casa, perché di grande film si tratta. Definiamolo come si vuole, ma il personaggio di Lara non è nient’altro che quello di una freschissima sedicenne in attesa che il bisturi e le cure ormonali liberino definitivamente il suo corpo dalla tenaglia di un sesso che non è mai stato il suo.

È QUESTO il dato di partenza da cui il regista prende spunto. Nulla in Girl è incentrato sulle tradizionali tiritere delle differenze o sui pregiudizi. Lukas Dhont, ventisei anni non cinquanta, abbatte qualsiasi luogo comune sull’argomento. Non costruisce l’opera partendo dal dato di superficie né per fare un discorso sulle diversità. Penetra in un altro universo, molto più intimo, profondo, etico, mostrandoci un mondo dove i pregiudizi sono di fatto assenti, in cui la famiglia non solo comprende il travaglio della primogenita ma la accompagna, cerca di aiutarla e di consigliarla, le sta a fianco condividendone o cercando di farlo qualsiasi turbamento.

LARA vive il suo doppio stadio di passaggio sublimandolo in ciò che di più femminile esiste al mondo: la danza.Quella che è studio, allenamento, piedi insaguinati, sfinimento corporale, apnea, testardaggine, talento, tecnica. Diventare etoile di sé stessi, per confermarsi, per annullare l’immagine doppia dello specchio, crearne una sola, oltre la finzione e le sbarre individuali. Il travaglio di Lara trova quindi nelle estenuanti lezioni di danza il contenitore perfetto di ciò che è lei nel suo quotidiano. Non è una custodia e nemmeno una fuga. Il danzare è pura allegoria, a cui non sfuggono né la cocciutaggine della ragazza né le sue immense fragilità e debolezze. Lara cade e si rialza. Inciampa e riprende i suoi virtuosismi, sempre più a fatica man mano che si avvicinano i giorni delle cure ormonali che preludono alla tanto agognata operazione e la sfida si fa sempre più ardua e difficile.

LA DANZA come medium, mezzo di identificazione dentro cui convergeranno i limiti oggettivi che Lara comprende di non poter abbattere. Entrano in gioco le impossibilità dovute al vivere dentro un corpo che per quanto celato e modificato resta sempre quello di un ragazzo, forse il dato più scontato anche se necessario del film. Ed esplode l’ansia adolescenziale, lo sperimentare sentimenti sconosciuti, il voler bruciare il tempo per giungere ai giorni delle decisioni drastiche, ai presunti atti liberatori che non ammettono compromessi.

GIRL è un film bellissimo quanto dolce e delicato. La capacità di Dhont sta nell’afferrare di petto il problema di genere per ridurlo e quindi esaltarlo a riflessione sui cambiamenti individuali, sulle fasi di passaggio, sulle lotte interiori che permettono di prendere coscienza e acquisire certezze. La messa in scena di Girl, lineare nello svolgimento, gioca sull’ossessiva inquadratura del protagonista principe, l’eccezionale Victor Polster, colto in ogni momento della battaglia personale per affermare il suo io: in famiglia, a confronto con il padre, a scuola, dal medico, dallo psicologo, nel disbrigo delle pratiche quotidiane. Insistite e straordinarie sono le riprese delle lezioni di danza. Da trattenere a volte il fiato, il che è una scelta azzeccata che esalta le ossessioni dell’adolescente. Quella dell’immagine è un’altra qualità a favore di Girl: seguendo Lara, Dhont non si fa sfuggire l’occasione per giocare con la luce e la sua penombra. Le usa, quasi in omaggio alla scuola pittorica fiamminga, per inquadrare il corpo e il volto; le cerca per acuire il senso di inadeguatezza che scandisce i tormenti della ragazza, il suo senso profondo del pudore.

IL FILM, lo abbiamo accennato, mostra una figura di genitore che va oltre il ruolo del padre. Il Mathias di Arieh Worthalter è un consigliere, un amico, un alleato, l’affetto al quale aggrapparsi, il vero punto di riferimento. È un altro indicatore dell’importanza di questo lavoro e della diversità rispetto ad altre opere che hanno cercato di riflettere su tematiche simili. C’è una sorta di armonia che aleggia nella piccola casa dove Lara vive: non un ipocrita senso buonistico di accettazione, non un compromesso forzato. Curiosamente Lara è l’unica femmina di una minifamiglia tutta declinata al maschile in cui, non è spiegato, manca la figura materna, sostituita da Lara stessa nelle incombenze e nell’accudire il fratellino minore.

NEL CAST, è innegabile, a giganteggiare su tutti è Victor Polster, sedicenne ballerino classico la cui prova non solo è stata premiata a Cannes. Polster si cala negli abiti femminili di Lara caricandosi sulle spalle dubbi, tensioni, struggimenti, decisioni, esplorazioni e lotte interiori. Fa proprio il personaggio, lo modella senza mai concedere nulla al macchiettistico. Anzi. All’insegna della grazia e dell’intensità trasmette il travaglio di questo percorso, rendendoci complici nella sua lotta giornaliera per diventare ciò che si è già nell’intimo ma non nella forma e individui capaci di affrontare l’esistenza e di accettarsi.

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